Pensione, l’INPS finalmente spiega a quanti anni ci va chi lavora part-time
Lavorare meno ore non significa automaticamente andare in pensione più tardi. Ma c’è un fattore che pesa, e spesso viene sottovalutato.
È infatti la retribuzione – più che l’orario – a determinare quanti contributi vengono effettivamente accreditati ogni anno. E per chi ha carriere part-time, il rischio di ritrovarsi con “anni vuoti” è tutt’altro che teorico.
Nel sistema previdenziale italiano, i contributi non vengono riconosciuti in modo pieno se la retribuzione scende sotto una soglia minima fissata ogni anno dall’INPS. Questo significa che, anche lavorando per 12 mesi, non è detto che venga accreditato un anno intero ai fini pensionistici.
È un dettaglio tecnico, ma con conseguenze concrete: per accedere alla pensione di vecchiaia servono almeno 20 anni di contributi, equivalenti a 1.040 settimane. Se però ogni anno “vale” meno del previsto, il traguardo si allontana.
Per il 2026, l’INPS ha aggiornato questi parametri con la circolare n. 6 del 30 gennaio. Il riferimento è il cosiddetto minimale contributivo, cioè la soglia minima di retribuzione necessaria per ottenere il pieno accredito delle settimane lavorative.
Le soglie aggiornate per il 2026
Il trattamento minimo mensile è stato fissato a 611,85 euro. Su questa base, si calcolano le soglie contributive:
- il minimale giornaliero è pari a 58,13 euro
- la soglia settimanale per l’accredito pieno è di circa 244,74 euro
Tradotto: per ottenere una settimana intera di contributi, bisogna guadagnare almeno questa cifra. Su base mensile, significa poco meno di 1.000 euro lordi. Al di sotto di questo livello scatta un meccanismo proporzionale: i contributi vengono riconosciuti solo in parte. E nel lungo periodo, la differenza si accumula.

È qui che emerge il vero problema per molti lavoratori part-time, soprattutto nei settori con salari bassi o contratti discontinui.
Chi guadagna meno di 1.000 euro al mese non accumula 52 settimane contributive all’anno. E questo ha un effetto diretto sull’età pensionabile.
Facciamo un esempio realistico. Con uno stipendio di circa 800 euro mensili (9.600 euro l’anno), le settimane accreditate scendono a circa 39. Per raggiungere le 1.040 settimane necessarie, non bastano 20 anni di lavoro: ne servono oltre 26.
La situazione diventa ancora più critica con retribuzioni più basse. Con 600 euro al mese, le settimane accreditate possono scendere a circa 29 l’anno. In questo caso, per arrivare ai requisiti minimi potrebbero servire più di 35 anni di lavoro.
Pensione a 67 anni? Non per tutti
Sulla carta, l’età per la pensione di vecchiaia resta fissata a 67 anni (con possibili aumenti dal 2027). Ma nella pratica, chi ha accumulato pochi contributi rischia di non poter accedere a questa soglia. In questi casi, l’alternativa è la pensione contributiva a 71 anni, riservata a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 e ha almeno 5 anni di contributi effettivi. Una soluzione minima, ma che comporta quattro anni in più di lavoro.
Il fenomeno riguarda una platea ampia: lavoratori part-time, precari, occupati nei servizi o con carriere frammentate. In un mercato del lavoro sempre più flessibile, il legame tra stipendio e pensione diventa decisivo. E se oggi il part-time può sembrare una scelta sostenibile – per conciliare lavoro e vita privata – nel lungo periodo può trasformarsi in un costo nascosto. Non immediato, ma destinato a emergere quando si fanno i conti con il futuro.