Pensione part time a 65 anni, meno lavoro negli ultimi anni ma non sempre conviene
Lavorare meno negli ultimi anni di carriera e arrivare alla pensione con un passaggio più graduale. È questa l’idea alla base della nuova sperimentazione sul part time per chi è vicino al pensionamento. La misura è pensata soprattutto per le piccole imprese e potrebbe coinvolgere lavoratori che si trovano a pochi anni dall’uscita definitiva dal lavoro.
Il meccanismo, almeno sulla carta, sembra semplice: riduzione dell’orario, qualche vantaggio economico immediato e una transizione più morbida verso la pensione. Ma quando si entra nei dettagli emergono diversi aspetti che molti lavoratori stanno osservando con attenzione, perché i calcoli sulla pensione futura non sono sempre così scontati.
Il provvedimento è inserito nel nuovo decreto dedicato alle PMI, approvato dal Senato il 4 marzo, e introduce una sperimentazione che punta a combinare due obiettivi: alleggerire il carico di lavoro per chi è vicino alla pensione e allo stesso tempo favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
Come funziona il part time negli ultimi anni prima della pensione
La misura è pensata per le aziende con fino a 50 dipendenti e riguarda i lavoratori che matureranno i requisiti per la pensione entro due anni. In questa fase finale della carriera sarà possibile chiedere una riduzione dell’orario di lavoro che può arrivare fino al 50%.
La riduzione può essere applicata in modi diversi a seconda dell’organizzazione aziendale. In alcuni casi si lavorerà meno ore ogni giorno, in altri si ridurranno i giorni lavorativi settimanali. L’obiettivo è consentire una transizione più graduale verso la pensione senza uscire completamente dal mondo del lavoro.
Il meccanismo prevede anche una condizione importante per l’azienda. Per ogni lavoratore che passa al part time negli ultimi anni di carriera, l’impresa dovrà assumere un nuovo dipendente under 35. In questo modo la riduzione dell’orario dovrebbe tradursi anche in una nuova opportunità occupazionale per i più giovani.
L’idea del legislatore è quella di favorire un ricambio generazionale senza interrompere bruscamente la carriera dei lavoratori più anziani.
Perché lo stipendio può cambiare
Uno degli aspetti che ha attirato maggiore attenzione riguarda l’effetto immediato sulla busta paga. Con il passaggio al part time il lavoratore riceverà uno stipendio più basso, ma il decreto introduce un meccanismo che può compensare in parte questa riduzione.
La quota di contributi previdenziali normalmente versata dal lavoratore, pari al 9,19% dello stipendio, non verrebbe più destinata all’INPS ma verrebbe erogata direttamente in busta paga. In pratica il dipendente riceverebbe un netto leggermente più alto rispetto a quanto accadrebbe con un normale contratto part time.
Allo stesso tempo il provvedimento prevede una copertura contributiva figurativa per il periodo di riduzione dell’orario. Questo significa che ai fini della pensione continuerebbe ad essere riconosciuta la contribuzione piena, come se il lavoratore avesse continuato a lavorare a tempo pieno.
È proprio questo passaggio che ha fatto apparire la misura interessante per molti lavoratori vicini alla pensione.
I dubbi legati al calcolo della pensione
Guardando più da vicino il meccanismo emergono però alcuni elementi che meritano attenzione. Il primo riguarda le risorse disponibili per finanziare la sperimentazione.
Il fondo previsto dal decreto non è particolarmente ampio:
- 1 milione di euro per il 2026
- 1,4 milioni di euro per il 2027
Secondo diverse simulazioni questo potrebbe limitare la misura a circa 1.000 lavoratori in tutta Italia, quindi si tratta di una platea piuttosto ristretta.
Il secondo elemento riguarda invece il sistema di calcolo della pensione. La misura sarebbe destinata soprattutto ai lavoratori che hanno contributi versati prima del 1996, cioè a chi rientra almeno in parte nel sistema pensionistico misto.
Ed è qui che molti consulenti previdenziali invitano alla prudenza.
Nel sistema retributivo una parte dell’assegno pensionistico viene calcolata proprio sulla base delle retribuzioni degli ultimi anni di carriera. Se lo stipendio si riduce a causa del part time, la media delle retribuzioni utilizzata per il calcolo potrebbe risultare più bassa.
Questo significa che, in alcuni casi, l’importo finale della pensione potrebbe ridursi rispetto a chi continua a lavorare a tempo pieno fino al pensionamento.
Non è una conseguenza automatica e dipende dalla storia contributiva del lavoratore, ma è un aspetto che molti stanno iniziando a valutare con attenzione.
Il part time negli ultimi anni di lavoro può rappresentare una soluzione interessante per chi desidera ridurre il ritmo professionale prima della pensione. Tuttavia la convenienza reale dipende da diversi fattori: livello dello stipendio, contributi già versati e modalità di calcolo dell’assegno pensionistico.
Per questo motivo molti esperti consigliano di fare simulazioni previdenziali prima di aderire alla misura. In alcuni casi la riduzione dell’orario potrebbe risultare vantaggiosa, in altri potrebbe incidere più del previsto sull’importo finale della pensione.