Finanza Dati Bilancio Italia Pensioni, la curva della spesa sale fino al 2041: l’effetto baby boomer nei conti del Dfp

Pensioni, la curva della spesa sale fino al 2041: l’effetto baby boomer nei conti del Dfp

25 Aprile 2026 12:13

La spesa per le pensioni continuerà a salire ancora a lungo e, secondo le stime del Documento di finanza pubblica, il picco arriverà solo nel 2041. A spingere la curva è soprattutto l’uscita dal lavoro delle generazioni del baby boom, le più numerose, con effetti destinati a pesare sui conti pubblici per quasi vent’anni.

Il punto, per chi osserva la questione da fuori, è chiaro: non siamo davanti a un’emergenza improvvisa, ma a una pressione prevista da tempo, legata all’età della popolazione, alle regole per andare in pensione e al modo in cui gli assegni vengono calcolati e rivalutati.

Il balzo del 2026: spesa a 352,4 miliardi e peso al 15,2% del Pil

Il primo scatto si vedrà già nel 2026. Il Dfp stima una spesa pensionistica di 352,4 miliardi di euro, in aumento del 2,8% rispetto ai 342,9 miliardi del 2025, con un’incidenza sul Pil del 15,2%. A far salire il conto sono più fattori: le nuove pensioni liquidate, l’andamento delle uscite dal lavoro, la rivalutazione degli assegni all’1,4% e anche l’aumento delle maggiorazioni sociali previsto dall’ultima legge di bilancio. Se poi si guarda all’intero capitolo delle prestazioni sociali in denaro, il totale arriva a 471,7 miliardi, pari al 20,4% del Pil. Un numero che spiega bene perché il dossier pensioni resti centrale quando si parla di conti pubblici: è una delle voci più pesanti del bilancio dello Stato e anche piccoli aumenti, in percentuale, valgono cifre molto alte.

La traiettoria fino al 2029: crescita media del 3,2% e quota 386,9 miliardi

Il quadro non si ferma al 2026. Nel triennio 2027-2029 la spesa pensionistica è attesa in crescita con una variazione media annua del 3,2%, più alta sia rispetto alle altre prestazioni sociali sia rispetto al ritmo di crescita dell’economia nominale. Alla fine del periodo, nel 2029, la spesa per le pensioni dovrebbe arrivare a 386,9 miliardi, pari al 15,5% del Pil. Il totale delle prestazioni sociali in denaro salirebbe invece a 510,9 miliardi, cioè al 20,5% del prodotto interno lordo. Tradotto: il sistema si regge su un equilibrio sempre più delicato tra numero di occupati, numero di pensionati, inflazione e crescita economica. Se il lavoro cresce poco o se la base contributiva si restringe, il peso della spesa aumenta ancora. Ed è per questo che il tema delle pensioni ormai si lega sempre di più a natalità, occupazione femminile, salari e immigrazione regolare.

La “gobba” fino al 2041 e la discesa dal 2045: cosa cambia con contributivo e demografia

La parte più rilevante delle proiezioni è quella di lungo periodo. Il Dfp descrive una vera “gobba” della spesa pensionistica: il rapporto tra pensioni e Pil è destinato a salire fino al 17,1% nel 2041, restando su quel livello anche nel triennio successivo. La ragione principale è demografica. Vanno in pensione le generazioni del baby boom, più numerose di quelle che entrano nel mercato del lavoro, e così cresce il rapporto tra pensioni pagate e occupati. A frenare solo in parte questa corsa ci sono l’innalzamento dei requisiti per l’uscita e l’effetto progressivo del sistema contributivo, che tende a contenere gli importi rispetto al vecchio metodo retributivo. Dal 2045, però, la curva cambia direzione: la spesa in rapporto al Pil comincia a scendere, fino al 16,2% nel 2050, con una tendenza che nelle stime prosegue fino al 14% nel 2070. Il motivo è doppio: da una parte il contributivo entrerà più pienamente a regime, dall’altra si attenuerà l’effetto dell’uscita dei baby boomer. Il nodo, però, resta quello di oggi: accompagnare questa transizione senza scaricare tutto il peso né sui conti pubblici né sulle generazioni che lavorano e versano contributi.