BCE e Bank of England verso tassi fermi, ma l’energia riaccende il rischio inflazione
La nuova pressione sui prezzi dell’energia rimette al centro una domanda che pesa su famiglie, imprese e mercati: le banche centrali europee dovranno tornare ad alzare i tassi oppure scegliere una linea più prudente.
Secondo l’analisi di UBS, per ora la strada più probabile non è quella di una stretta immediata. La Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra potrebbero invece mantenere i tassi ai livelli attuali, accompagnando questa scelta con un tono rigido e poco rassicurante, per evitare che la nuova fiammata energetica si trasformi in un’inflazione più radicata.
È un equilibrio delicato, perché oggi il problema non è solo il rincaro iniziale di gas e carburanti. Il vero timore riguarda ciò che può accadere dopo, quando aziende e consumatori iniziano a incorporare quei rincari nelle aspettative, nei listini, nei contratti e nelle richieste salariali.
Perché energia e inflazione tornano a preoccupare
Il punto chiave messo in evidenza da UBS riguarda i cosiddetti effetti di secondo livello. In altre parole, le banche centrali non osservano solo l’aumento immediato del prezzo dell’energia, ma soprattutto il rischio che quel rialzo si propaghi nel resto dell’economia, rendendo l’inflazione più persistente.
È proprio questo passaggio che può complicare il lavoro della BCE e della BoE. Se il caro energia resta confinato a una fase temporanea, il danno può essere contenuto. Se invece influenza le aspettative di famiglie e imprese, allora il rischio è che i prezzi continuino a salire anche quando lo shock iniziale si attenua.
I mercati stanno già scontando la possibilità di più rialzi dei tassi nel 2026, ma secondo gli analisti uno scenario di attesa vigile appare più realistico, almeno per adesso. Le autorità monetarie potrebbero quindi scegliere di non muoversi subito, pur lasciando intendere di essere pronte a intervenire se la situazione dovesse peggiorare.
La linea prudente delle banche centrali
La BCE e la Bank of England stanno camminando su una linea molto stretta. Da una parte devono impedire che il ritorno dell’inflazione comprometta la credibilità costruita negli ultimi anni, dall’altra non possono permettersi di colpire con troppa forza un’economia che mostra già segnali di rallentamento.
Un aumento dei tassi in questa fase rischierebbe infatti di frenare ulteriormente consumi, investimenti e credito. Per questo la strategia più probabile sembra quella di mantenere i tassi fermi, ma con una comunicazione restrittiva, utile a ricordare ai mercati che la battaglia contro l’inflazione non è affatto chiusa.
Per chi ha un mutuo, per chi finanzia l’attività d’impresa o per chi aspetta un allentamento del costo del denaro, questa impostazione significa una cosa molto concreta: i tassi potrebbero non salire subito, ma neppure scendere in tempi rapidi.
La spinta fiscale può evitare uno shock come nel 2022
Uno degli elementi che distingue la fase attuale dalla crisi energetica del 2022 è la presenza di una maggiore capacità fiscale. Secondo UBS, molti governi europei dispongono oggi di strumenti più ampi per sostenere famiglie e imprese, limitando l’impatto del caro energia sulla crescita.
La Germania è uno dei casi più osservati, ma il ragionamento vale più in generale per l’intera Europa. Se gli interventi pubblici riusciranno a proteggere la domanda interna, il rischio di una nuova recessione profonda potrebbe ridursi, anche in presenza di prezzi energetici elevati.
Questo non significa che il problema sia marginale. Significa piuttosto che l’economia europea arriva a questa nuova fase con qualche difesa in più rispetto al passato, e questo consente alle banche centrali di evitare mosse affrettate.
Perché l’Europa oggi è meno fragile
Un altro aspetto decisivo riguarda il cambiamento strutturale nei consumi energetici. Dopo il trauma del 2022, una parte dell’industria europea ha ridotto la dipendenza dal gas importato attraverso investimenti in solare, eolico e pompe di calore.
Nel frattempo è diminuita anche l’intensità energetica dell’economia, mentre il peso dei servizi è aumentato e i veicoli elettrici rappresentano ormai una quota sempre più rilevante delle nuove immatricolazioni. Tutto questo non elimina l’esposizione ai prezzi globali, ma rende la regione più attrezzata ad assorbire i contraccolpi.
Gli investitori guardano comunque con attenzione ai comparti manifatturieri più deboli e a scadenze geopolitiche sensibili, come quelle legate al conflitto in Iran, da cui dipende anche la durata del premio energetico incorporato nei mercati.
Che scenario si apre per i prossimi mesi
Se gli effetti di secondo livello resteranno sotto controllo, la linea del mantenimento restrittivo potrebbe proseguire ancora per diversi mesi. Sarebbe uno scenario non favorevole ma nemmeno destabilizzante, con mercati azionari europei chiamati a convivere con una politica monetaria prudente e con un’energia ancora capace di influenzare sentiment e aspettative.