Smartworking: 1 lavoratore su 5 pronto a minore retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto

Smartworking: 1 lavoratore su 5 è pronto ad accettare una minore retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto. I dati INAPP su pro, contro e futuro del lavoro agile in Italia.

Pubblicato 26 Gennaio 2022 Aggiornato 18 Ottobre 2026 13:06

Lo smartworking, ovvero la possibilità di lavorare da remoto, viene promosso dai lavoratori italiani e in futuro potrebbe aprire nuove prospettive per le città e i territori. I dati parlano chiaro: oltre 1/3 degli occupati si sposterebbe in un piccolo centro pur di mantenere il lavoro agile, mentre 4 persone su 10 si trasferirebbero in un luogo isolato a contatto con la natura. Il dato più significativo, però, riguarda la retribuzione: smartworking, 1 lavoratore su 5 è pronto ad accettare una minore retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto. Un segnale inequivocabile che la qualità della vita vale, per molti, più dello stipendio.

È quanto emerge dallo studio “Il lavoro da remoto: le modalità attuative, gli strumenti e il punto di vista dei lavoratori”, realizzato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche (INAPP) attraverso l’indagine Plus, con un campione di oltre 45.000 interviste (dai 18 ai 74 anni). I risultati fotografano un cambiamento strutturale nel rapporto tra italiani e lavoro, ancora pienamente attuale nel dibattito di oggi.

Nel complesso, la valutazione dei lavoratori per lo smartworking è positiva, nonostante alcune criticità emerse su certi aspetti, come il problema della disconnessione e dei costi delle utenze domestiche. Esiste quindi una base solida per passare dal semplice lavoro da remoto emergenziale a nuovi modelli stabili di organizzazione del lavoro.

Smartworking: 1 lavoratore su 5 accetterebbe uno stipendio più basso per lavorare da remoto

Il dato che più colpisce dell’indagine INAPP è proprio questo: 1 lavoratore su 5 accetterebbe una penalizzazione economica nella retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto. Non si tratta di una minoranza trascurabile: significa che circa il 20% della forza lavoro attribuisce allo smartworking un valore che supera quello puramente monetario.

Le motivazioni sono chiare e riguardano la sfera della qualità della vita:

  • Eliminazione o riduzione dei tempi di pendolarismo
  • Maggiore flessibilità nella gestione degli impegni familiari
  • Possibilità di vivere in luoghi più salubri o meno costosi
  • Autonomia nell’organizzazione della giornata lavorativa

Questo orientamento è confermato anche da un altro dato: oltre un terzo degli occupati si trasferirebbe in un piccolo centro se potesse lavorare stabilmente da remoto, e il 40% sceglierebbe un luogo isolato a contatto con la natura. Lo smartworking, insomma, non è solo una modalità di lavoro: è un fattore che ridisegna le scelte di vita.

Dopo l’emergenza: il 32% ha continuato a lavorare da remoto

Durante la fase acuta della pandemia quasi 9 milioni di lavoratori hanno lavorato da remoto. La tendenza è proseguita anche successivamente, con un modello ibrido tra presenza e distanza che si è consolidato: quasi il 50% dei lavoratori agili era impegnato in modalità smartworking da 3 a 5 giorni a settimana, e solo l’11,6% per un solo giorno. Il 32,5% degli occupati ha continuato a lavorare da remoto anche oltre la fase emergenziale.

Gran parte dello smartworking si è realizzato su base fiduciaria: solo per il 16,5% è stato frutto di un accordo collettivo e per il 14,3% di un accordo individuale. Per quasi il 37% dei lavoratori da remoto non c’è stata, invece, alcuna formalizzazione. Un elemento che evidenzia quanto il quadro normativo e contrattuale debba ancora adeguarsi alla realtà.

Come le aziende hanno supportato il lavoro agile

Molteplici sono state le modalità organizzative introdotte per agevolare e sostenere lo smartworking. Sia nel pubblico (71,5%) che nel privato (64,4%) sono state attivate soprattutto piattaforme digitali per le riunioni a distanza. Il 62,1% delle aziende private e il 41,9% della Pubblica Amministrazione ha fornito dispositivi informatici ai lavoratori. L’attivazione di protocolli di sicurezza informatica ha interessato oltre il 56% dei datori di lavoro.

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Nel settore privato, inoltre, sono state messe in campo azioni volte non solo a consentire il lavoro agile nell’immediato, ma anche ad armonizzare le condizioni attuali con le prospettive future:

  • Formazione: 46,8% delle aziende
  • Attrezzature ergonomiche: 25,7%
  • Contributo economico ai dipendenti: 22,2%

Pro e contro: lo smartworking viene promosso, ma con riserve

Il lavoro agile, seppur realizzato in contesti organizzativi non sempre preparati e con infrastrutture tecnologiche spesso inadeguate, è stato complessivamente un’esperienza positiva. Il 55% dei lavoratori esprime un giudizio positivo sull’esperienza complessiva.

Tuttavia, emergono criticità su aspetti specifici:

  • Quasi il 64% ritiene che il lavoro da remoto generi isolamento
  • Circa il 60% ritiene che non aiuti nei rapporti con i colleghi
  • Per oltre il 60% risulta problematico l’aumento dei costi delle utenze domestiche

Al contrario, è decisamente positiva la valutazione sulla libertà di organizzare il lavoro e gestire gli impegni familiari. Oggi la metà delle professioni qualificate può erogare oltre il 50% della prestazione da remoto, a fronte di un decimo delle professioni non qualificate. Questa segmentazione riflette una cultura organizzativa che deve essere aggiornata alla luce dell’esperienza del lavoro agile.

Smartworking e futuro: verso nuovi modelli di lavoro

Il quadro complessivo che emerge è quello di una forza lavoro che ha scoperto i vantaggi del lavoro da remoto e non intende rinunciarvi facilmente. Il fatto che 1 lavoratore su 5 sia disposto a guadagnare meno pur di continuare a fare smartworking è un segnale che aziende, sindacati e legislatori non possono ignorare.

Le sfide aperte sono molteplici: dalla regolamentazione contrattuale alla garanzia del diritto alla disconnessione, dalla parità di accesso agli strumenti tecnologici alla tutela dei lavoratori nelle fasce meno qualificate. Ma la direzione sembra tracciata: il lavoro agile non è più un’eccezione, è una componente strutturale del mercato del lavoro italiano.

FAQ sullo smartworking e la retribuzione

Quanti lavoratori accetterebbero uno stipendio più basso per fare smartworking?

Secondo l’indagine INAPP, 1 lavoratore su 5 (circa il 20%) accetterebbe una riduzione della retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto. Il dato evidenzia quanto il benessere e la flessibilità siano diventati priorità concrete per una quota significativa della forza lavoro.

Lo smartworking può portare a trasferirsi in un’altra città o in campagna?

Sì. Oltre un terzo degli occupati si sposterebbe in un piccolo centro e il 40% in un luogo isolato a contatto con la natura se potesse lavorare stabilmente da remoto. Lo smartworking è quindi anche un fattore di redistribuzione demografica e territoriale.

Quali sono i principali svantaggi del lavoro da remoto secondo i lavoratori?

I tre problemi più citati sono: isolamento sociale (64%), difficoltà nei rapporti con i colleghi (60%) e aumento delle bollette domestiche (oltre il 60%). Aspetti che le aziende e il legislatore devono considerare nella definizione di accordi di lavoro agile equilibrati.

Quanti lavoratori hanno continuato a fare smartworking dopo la fase emergenziale?

Il 32,5% degli occupati ha continuato a lavorare da remoto anche dopo la fase acuta dell’emergenza, spesso in modalità ibrida. Quasi la metà di questi lavorava in smartworking da 3 a 5 giorni a settimana.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.