Ex Ilva Taranto, cassa integrazione fino a giugno 2027 e la sentenza della Cassazione
Il governo estende la cassa integrazione ex ILVA Taranto fino a giugno 2027 con il 70% della retribuzione. Il 20 ottobre la Cassazione decide sulla chiusura dell'area a c
La vertenza dell’ex ILVA di Taranto si trova in questo momento a un bivio decisivo: il governo ha appena emanato un decreto legge — intorno al 13 ottobre 2026 — per garantire la cassa integrazione ex ILVA Taranto fino a giugno 2027, mentre il 20 ottobre 2026 la Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. Due scadenze ravvicinate che tengono in sospeso circa 10.000 dipendenti diretti e una quota significativa di lavoratori dell’indotto, con scioperi e proteste già in corso sia a Taranto che a Genova.
Il decreto del governo: cosa prevede per i lavoratori diretti e l’indotto
Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri stabilisce che tutti i dipendenti diretti dell’ex ILVA riceveranno un’integrazione salariale pari al 70% della retribuzione fino a giugno 2027. Non si tratta di una misura ordinaria di cassa integrazione straordinaria: il decreto è stato costruito specificamente per coprire il periodo di incertezza aperto dalla sentenza della Cassazione e per evitare che i lavoratori si trovassero senza reddito nell’attesa di una decisione giudiziaria dall’impatto potenzialmente irreversibile.
Parallelamente, il decreto estende la protezione del reddito anche ai lavoratori dell’indotto — cioè alle imprese dell’appalto e della filiera che operano nell’orbita dello stabilimento — anch’essi coperti fino a giugno 2027. Questo aspetto non è secondario: la chiusura o la riduzione dell’attività di un impianto siderurgico di quella dimensione produce effetti a cascata su fornitori, trasportatori, manutentori e aziende di servizi che dipendono dal ciclo produttivo principale.
La premier Giorgia Meloni ha definito la situazione «drammatica», una parola che raramente entra nel lessico ufficiale di Palazzo Chigi ma che in questo caso fotografa con precisione la portata sociale della crisi: migliaia di famiglie in attesa, uno stabilimento in stand-by e una decisione giudiziaria che potrebbe cambiare tutto nel giro di pochi giorni.
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Gli impianti in riscaldo: la finestra fino al 15 dicembre
Uno dei punti tecnici più rilevanti del decreto riguarda lo stato degli impianti. L’area a caldo dello stabilimento di Taranto — quella che la Cassazione dovrà decidere se chiudere definitivamente — resterà in riscaldo, cioè in una condizione di stand-by operativo, almeno fino alla pronuncia della Corte. Il limite invalicabile fissato dal decreto è però il 15 dicembre 2026: dopo quella data, indipendentemente da eventuali ulteriori sviluppi processuali, gli impianti non potranno restare in quella condizione.
Il riscaldo è una soluzione tecnica che consente di mantenere gli altiforni e i forni a una temperatura minima, evitando i danni strutturali che deriverebbero da uno spegnimento totale e rendendo possibile una ripartenza in tempi ragionevoli se le condizioni lo permettessero. Non è produzione, ma è il minimo indispensabile per non perdere definitivamente la capacità produttiva dello stabilimento. Tenere gli impianti in questa condizione ha un costo, ma consente di non bruciare le opzioni future.
La sentenza della Cassazione del 20 ottobre: cosa è in gioco
Il 20 ottobre 2026 la Corte di Cassazione si pronuncerà sulla chiusura dell’area a caldo di Taranto. Si tratta di una delle questioni giudiziarie più complesse legate alla vicenda ex ILVA, che da anni incrocia diritto penale, normativa ambientale e tutela del lavoro. L’esito della pronuncia determinerà in larga misura il perimetro entro cui si muoverà qualsiasi ipotesi di rilancio o di riconversione industriale del sito.
Se la Cassazione dovesse confermare la chiusura dell’area a caldo, lo scenario per i lavoratori cambierebbe radicalmente: la cassa integrazione fino a giugno 2027 diventerebbe un cuscinetto temporaneo in attesa di una soluzione strutturale ancora tutta da costruire. Se invece la pronuncia aprisse spazi diversi, il decreto del governo avrebbe svolto la funzione di ponte verso una ripresa dell’attività.
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È importante precisare che, alla data di oggi, la sentenza non è ancora stata emessa: il 20 ottobre è la data fissata per l’udienza, ma l’esito resta da conoscere. Qualsiasi previsione sul contenuto della decisione sarebbe speculazione.
Proteste a Taranto e Genova: la pressione dal basso
Mentre il governo legifera e la magistratura si prepara a pronunciarsi, i lavoratori non sono rimasti fermi. Scioperi e manifestazioni sono in corso sia a Taranto che a Genova, le due città dove la presenza dell’ex ILVA è più radicata e dove l’impatto sociale della crisi è più diretto.
A Taranto la vertenza ha una dimensione esistenziale: lo stabilimento siderurgico ha segnato per decenni l’identità economica della città, e la sua progressiva riduzione ha lasciato un vuoto difficile da colmare. A Genova, dove si trova un altro impianto del gruppo, la mobilitazione dei lavoratori riflette la stessa incertezza sul futuro occupazionale, aggravata dall’assenza di prospettive industriali chiare.
- Dipendenti diretti: circa 10.000, coperti al 70% della retribuzione fino a giugno 2027
- Lavoratori dell’indotto: anch’essi inclusi nella protezione del decreto fino a giugno 2027
- Impianti in riscaldo: fino alla sentenza della Cassazione, non oltre il 15 dicembre 2026
- Udienza Cassazione: fissata per il 20 ottobre 2026
Cosa succede dopo giugno 2027
Il decreto risolve il problema nell’immediato, ma non risponde alla domanda più difficile: cosa succede ai lavoratori ex ILVA dopo giugno 2027? La cassa integrazione è per definizione uno strumento temporaneo, pensato per coprire periodi di crisi o ristrutturazione aziendale nell’attesa che si definisca un nuovo assetto produttivo. Se entro quella scadenza non sarà individuato un acquirente, un piano di riconversione o una soluzione industriale credibile, il rischio è che migliaia di lavoratori si trovino senza ammortizzatori sociali e senza un’alternativa occupazionale concreta.
Per questo la sentenza del 20 ottobre non è solo una questione giudiziaria: è il primo tassello di un puzzle che il governo, le parti sociali e gli eventuali investitori dovranno completare nei prossimi mesi. Il decreto approvato a metà ottobre compra tempo, ma il tempo — come dimostra la storia lunga e travagliata dell’ex ILVA — non è di per sé una soluzione. Chi vuole seguire l’evoluzione della vertenza può consultare gli aggiornamenti ufficiali sul sito dell’ANSA, che segue la vicenda in tempo reale.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.