Finanza Notizie Italia Smart working: il popolo dei ‘lavoratori agili’ avanza in Italia. I benefici? Attesi 10 trilioni$ entro il 2030

Smart working: il popolo dei ‘lavoratori agili’ avanza in Italia. I benefici? Attesi 10 trilioni$ entro il 2030

Il popolo dei ‘smart worker‘ cresce in Italia. Secondo l’ultimo Osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working nel 2018 i lavoratori agili (ovvero i dipendenti che godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, disponendo di strumenti digitali adatti a lavorare in mobilità) hanno raggiunto quota 480mila, in crescita del 20%. Mostrano una maggiore soddisfatti dei lavoratori tradizionali sia per l’organizzazione del lavoro (39% contro il 18%) sia nelle relazioni con colleghi e superiori (40% contro il 23%). 

“I benefici economico-sociali potenziali dell’adozione di modelli di lavoro agile sono enormi“. A dirlo Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, che stima un incremento di produttività del 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20%, risparmi del 30% sui costi di gestione degli spazi fisici per quelle iniziative che portano a un ripensamento degli spazi di lavoro e un miglioramento dell’equilibrio fra lavoro e vita privata per circa l’80% dei lavoratori. Per questo sprona Corso “la rivoluzione non va fermata”, anzi “ bisogna accelerare e promuovere la diffusione delle iniziative nelle diverse organizzazioni presenti sul territorio”.

10 trilioni di dollari entro il 2030 dal lavoro flessibile

La questione può essere vista anche sotto altri aspetti. Innanzi tutto il lavoro flessibile non deve essere considerato solo un benefit per il singolo lavoratore, ma deve essere anche letto come un meccanismo virtuoso per ogni sistema-paese che porterà un valore aggiunto lordo all’economia globale (generato dalla riduzione dei costi e dall’accrescimento della produttività innescati dalla diffusione) entro il 2030 pari a 10 trilioni di dollari. Ben oltre i Pil attuali di Giappone e Germania messi insieme. A tanto ammonta il valore calcolato in The Added Value of Flexible Working, il primo studio socio-economico che analizza l’impatto di smart working & co., commissionato a economisti indipendenti da Regus, gruppo per la fornitura di spazi di lavoro. La ricerca è stata ufficialmente presentata ieri nel contesto dell’evento annuale dell’Osservatorio Smart Working a cura del Politecnico di Milano.

Sempre entro il 2030, si stima che nella maggior parte delle economie sviluppate una percentuale di impieghi compresa tra l’8% e il 13% potrà beneficiare di pratiche di lavoro flessibile. Ciò porterà a una riduzione dei costi per le imprese e a un incremento della produttività che innescherà una reazione a catena virtuosa per l’intera economia globale. Tra le nazioni che contribuiranno in misura maggiore al lavoro flessibile vi sono gli Stati Uniti (13%) e i Paesi Bassi (12,3%).

“Il lavoro flessibile è uno strumento molto potente e non bisogna fare l’errore di pensare che a trarne beneficio siano solo le aziende o i singoli lavoratori, perché anche la società e l’economia nel loro complesso hanno da guadagnarci – afferma Mauro Mordini, country manager di Regus Italia -. Le aziende non devono lasciarsi sfuggire l’opportunità di entrare a far parte di questa rivoluzione dello spazio di lavoro. Tutto ciò passa anche dal mettere a disposizione dei dipendenti ambienti di lavoro flessibili”.