Energia: l’Italia potrebbe liberarsi (e a quali compromessi) dal gas russo?

L'Italia può liberarsi dal gas russo? Riserve nazionali sottoutilizzate, nuove forniture da Algeria e USA, rinnovabili e compromessi: tutto quello che c'è da sapere sull'autonomia energetica italiana.

Pubblicato 25 Febbraio 2022 Aggiornato 18 Ottobre 2026 13:02

L’Italia potrebbe liberarsi dal gas russo e raggiungere una vera autonomia energetica? La domanda è tornata al centro del dibattito con rinnovata urgenza: tra riserve nazionali sottoutilizzate, nuovi accordi di fornitura e la spinta della transizione verde, il percorso esiste — ma richiede compromessi precisi. Ecco cosa sappiamo oggi e quali sono le strade percorribili.

La dipendenza dell’Italia dal gas russo: il punto di partenza

Per anni la Russia ha coperto circa il 45% delle importazioni italiane di gas naturale, una quota che ha reso il sistema energetico nazionale estremamente vulnerabile alle tensioni geopolitiche. Il conflitto russo-ucraino ha reso evidente — in modo drammatico — il costo di questa dipendenza, spingendo governi e istituzioni a cercare alternative concrete e strutturali.

Come ha riconosciuto lo stesso Mario Draghi davanti al Parlamento: «Gli eventi di questi giorni dimostrano che è stato imprudente non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni». Una mea culpa che fotografa decenni di scelte miopi sul fronte della sicurezza energetica.

Quante riserve ha davvero l’Italia nel sottosuolo?

Secondo un’analisi condotta dal Codacons, l’Italia potrebbe essere molto più autonoma di quanto sembri. Nel sottosuolo nazionale si stima siano presenti:

  • Circa 1,5-1,8 miliardi di barili di petrolio
  • Circa 350 miliardi di metri cubi di gas naturale
  • Tra i 70 e i 90 miliardi di metri cubi considerando le sole riserve certe di gas

A fronte di questo potenziale, l’Italia produce attualmente poco più di 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno: una frazione minima rispetto a quanto tecnicamente disponibile.

Il Codacons ha evidenziato che l’Italia dispone di 1.298 pozzi estrattivi, ma solo 514 sono abitualmente operativi. Ben 752 risultano inutilizzati. L’associazione ha chiesto alla Corte dei Conti di accertare il danno per i cittadini derivante da questa gestione lacunosa delle estrazioni nazionali.

«Un tesoretto — afferma il Codacons — a cui non sappiamo attingere a causa dell’incapacità sul fronte delle estrazioni».

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Perché l’Italia non estrae di più: i compromessi da affrontare

Aumentare la produzione nazionale di gas non è una scelta priva di conseguenze. I principali ostacoli — e i relativi compromessi — sono tre:

1. Il nodo ambientale

L’estrazione di idrocarburi sul territorio italiano si scontra con vincoli ambientali stringenti e con una forte opposizione locale. Aprire nuovi pozzi o riattivare quelli fermi significa accettare un impatto sul territorio che molte comunità e associazioni ambientaliste non sono disposte a tollerare.

2. La transizione energetica europea

Il Green Deal europeo impone un abbandono progressivo delle energie fossili. Investire massicciamente in nuove estrazioni di gas rischia di creare infrastrutture che diventeranno obsolete prima di ammortizzare i costi, generando il cosiddetto rischio di «asset bloccati» (stranded assets).

3. I tempi tecnici

Anche volendo, riattivare pozzi fermi e avviare nuove estrazioni richiede anni di iter autorizzativi, investimenti e lavori. Non è una soluzione per l’emergenza immediata, ma per la sicurezza energetica di medio-lungo periodo.

Le alternative al gas russo: la diversificazione delle forniture

Nel breve termine, la risposta italiana alla dipendenza da Mosca passa dalla diversificazione delle importazioni. Le direttrici principali su cui il Paese sta puntando sono:

  • Gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti: Washington ha tutto l’interesse a incrementare le esportazioni verso l’Europa, e l’Italia sta aumentando la propria capacità di rigassificazione per accogliere queste forniture.
  • Azerbaigian: il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) permette già di importare gas dal Caspio; la capacità può essere incrementata.
  • Algeria, Tunisia e Libia: l’Italia ha storici rapporti energetici con il Nord Africa, che possono essere rafforzati attraverso accordi bilaterali.

Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha sottolineato la necessità di agire su entrambi i fronti: «È la conferma dell’urgenza di misure strutturali per la risoluzione dei nodi del nostro sistema energetico, agendo per la maggiore diversificazione e sicurezza delle forniture estere, ma anche per l’incremento della produzione nazionale di gas».

Il ritorno al carbone: un’opzione sul tavolo

Nel pieno dell’emergenza, è stata avanzata anche l’ipotesi di riaprire le centrali elettriche a carbone per garantire la continuità delle forniture nel breve periodo. Una scelta che rappresenta un passo indietro rispetto agli obiettivi climatici, ma che alcuni governi europei hanno già adottato come misura temporanea di sicurezza.

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Si tratta del compromesso più controverso: sacrificare obiettivi ambientali di breve periodo per evitare blackout e contenere i prezzi dell’energia per famiglie e imprese.

Energia rinnovabile: la via d’uscita strutturale

La soluzione più sostenibile — e meno compromessa — per liberarsi dal gas russo nel lungo periodo resta l’accelerazione sulle energie rinnovabili: solare, eolico e idroelettrico. L’Italia ha un potenziale enorme, soprattutto nel Mezzogiorno, ancora largamente inespresso a causa di burocrazia lenta e opposizioni locali agli impianti.

Ridurre la dipendenza dal gas — russo o di qualsiasi altra provenienza — significa investire oggi in rinnovabili, efficienza energetica e stoccaggio, costruendo un sistema che nel tempo non abbia più bisogno di importare grandi quantità di combustibili fossili.

FAQ: le domande più frequenti sull’autonomia energetica italiana

L’Italia può davvero fare a meno del gas russo?

Sì, ma non dall’oggi al domani. La combinazione di diversificazione delle importazioni (GNL, Algeria, Azerbaigian), aumento della produzione nazionale e sviluppo delle rinnovabili può ridurre la dipendenza da Mosca in modo strutturale nell’arco di alcuni anni.

Quanto gas c’è nel sottosuolo italiano?

Le stime parlano di circa 350 miliardi di metri cubi totali, con riserve certe comprese tra 70 e 90 miliardi di metri cubi. Una quantità significativa rispetto ai consumi annui nazionali.

Perché l’Italia non estrae più gas dal proprio territorio?

I principali freni sono i vincoli ambientali, l’opposizione locale, i lunghi iter autorizzativi e la coerenza con gli obiettivi climatici europei. Oltre la metà dei pozzi esistenti risulta inutilizzata.

Il ritorno al carbone è davvero necessario?

È un’opzione di emergenza a breve termine, non una strategia. Alcuni Paesi europei l’hanno adottata temporaneamente per evitare crisi di approvvigionamento, accettando un compromesso sugli obiettivi climatici.

Quando l’Italia potrebbe essere davvero indipendente energeticamente?

Con investimenti adeguati in rinnovabili, efficienza e infrastrutture di importazione diversificate, un orizzonte realistico di riduzione significativa della dipendenza dal gas russo è stimabile nell’arco del prossimo decennio.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.