Finanza Dati Macroeconomici Non solo pensioni: perché le prestazioni sociali in denaro superano il 20% del Pil

Non solo pensioni: perché le prestazioni sociali in denaro superano il 20% del Pil

27 Aprile 2026 17:13

Nel dibattito sulle pensioni c’è un dato che rischia di restare sullo sfondo, ma che dice molto più di tanti slogan su dove si sta spostando il peso della spesa pubblica: nel 2026 l’insieme delle prestazioni sociali in denaro arriverà a 471,7 miliardi di euro e nel 2029 sfiorerà 510,9 miliardi, cioè oltre il 20% del Pil. Dentro non ci sono solo le pensioni, ma anche assegni, misure contro la povertà e strumenti di sostegno al lavoro, ormai sempre più centrali nel welfare.

Dal 2026 al 2029: il totale delle prestazioni corre verso quota 510,9 miliardi

Le stime del Documento di finanza pubblica tracciano una linea netta. Già nel 2026 la spesa complessiva per le prestazioni sociali in denaro è vista in aumento del 2,7% rispetto all’anno prima, fino a 471,7 miliardi, pari al 20,4% del Pil. A trainare il totale sono soprattutto le pensioni, che saliranno a 352,4 miliardi, con una crescita del 2,8% sul 2025 e un peso del 15,2% sul Pil. Poi il passo successivo: entro il 2029 il totale delle prestazioni toccherà 510,9 miliardi, cioè il 20,5% del Pil, mentre la sola spesa pensionistica arriverà a 386,9 miliardi. Il quadro conferma che il welfare monetario in Italia resta una delle voci più pesanti dei conti pubblici e che la sua crescita non si spiega solo con inflazione e rivalutazioni annuali. Sullo sfondo c’è soprattutto la transizione demografica, con l’uscita dal lavoro delle generazioni del baby boom e una platea di pensionati destinata ad allargarsi ancora a lungo.

Assegno di inclusione e Supporto per la formazione e il lavoro: come si muovono le altre voci del welfare

Accanto alle pensioni cresce, anche se più lentamente, anche l’area delle altre prestazioni sociali in denaro. Nel 2026 questa voce passerà da 116,2 a 119,3 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil, includendo misure come l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro. La crescita prevista è del 2,6%, mentre tra il 2027 e il 2029 l’aumento medio annuo dovrebbe fermarsi attorno all’1,3%, quindi molto meno della parte pensionistica. È un dato da guardare bene, perché fotografa un welfare che non copre più soltanto la vecchiaia, ma prova a rispondere anche a fragilità sociali, disoccupazione e transizioni lavorative. Per i cittadini vuol dire che una quota sempre più ampia della spesa pubblica serve a tamponare situazioni economiche difficili, soprattutto nelle fasce più esposte. Per lo Stato, invece, significa tenere insieme due esigenze che spesso si scontrano: aiutare chi ha bisogno subito e, allo stesso tempo, non perdere il controllo di una spesa che, una volta entrata a regime, tende a restare.

La sfida per i conti pubblici: spesa sociale più veloce della crescita del Pil nominale

Il punto più delicato non è solo l’aumento in valore assoluto. È il fatto che la spesa sociale continui a crescere più in fretta del Pil nominale. Secondo il Dfp, tra il 2019 e il 2025 il tasso medio annuo delle prestazioni sociali in denaro è stato del 4% e resterà vicino al 3,8% anche allargando lo sguardo al 2027, ben sopra i ritmi del periodo 2010-2018. La parte pensionistica, inoltre, continuerà a salire fino a formare quella che i tecnici chiamano una sorta di “gobba”, con un picco del 17,1% del Pil attorno al 2041. A pesare sono diversi fattori: l’indicizzazione degli assegni, gli effetti delle uscite anticipate introdotte negli anni scorsi, il rapporto tra numero di pensioni e occupati e, soprattutto, l’invecchiamento della popolazione. Solo dal 2045 in poi è attesa una discesa più netta, grazie all’estensione del sistema contributivo e al graduale esaurirsi dell’ondata dei baby boomer. Fino ad allora, però, il nodo resta molto concreto: se la spesa sociale cresce più del reddito prodotto dal Paese, si restringono gli spazi per ridurre il debito, alleggerire il fisco o finanziare altre voci. Ed è qui che il tema smette di riguardare solo pensionati o percettori di sussidi, perché finisce per toccare lavoro, servizi e scelte economiche di tutti.