Poste-TIM, nasce un colosso da 40 miliardi con leva sotto controllo
L’aggregazione tra Poste Italiane e TIM prende forma e il mercato prova a valutarne l’impatto reale. La prima settimana dopo il lancio dell’OPAS ha già dato indicazioni importanti, con il titolo Poste in calo del 7,7% a 19,80 euro e TIM in leggero rialzo sotto il 2% a 0,59 euro. Il premio implicito, inizialmente vicino al 9,4%, si è quasi azzerato, scendendo attorno all’1,5%, segnale di un mercato ancora in fase di assestamento.
L’operazione prevede uno scambio di 0,0218 nuove azioni Poste per ogni azione TIM, accompagnato da una componente cash pari a 0,167 euro. La soglia minima per la validità è fissata al 66,67% del capitale, un obiettivo che appare alla portata considerando la partecipazione già detenuta da Poste, pari al 24,81%.
Un gruppo da 40 miliardi tra telecomunicazioni e servizi
Se l’operazione dovesse andare a buon fine, in Borsa nascerebbe un gruppo da circa 40 miliardi di euro, con Poste Italiane a rappresentare la componente principale grazie a una capitalizzazione intorno ai 26 miliardi. Il nuovo soggetto, ribattezzato da alcuni operatori “Postim”, unirebbe infrastrutture, servizi finanziari e telecomunicazioni, creando un player integrato con una forte presenza sul territorio.
Nonostante le smentite ufficiali, sul mercato resta l’idea che i termini dell’offerta possano essere migliorati, soprattutto aumentando la componente in denaro per evitare una eccessiva diluizione degli azionisti di Poste. Il tema è particolarmente sensibile considerando la presenza dello Stato, che attraverso Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti mantiene una quota complessiva rilevante.
Leva finanziaria sotto osservazione
Il vero punto di attenzione per analisti e investitori riguarda la leva finanziaria, indicatore chiave per valutare la sostenibilità dell’operazione. Poste Italiane ha chiuso il 2025 con risultati solidi: ricavi a 13,1 miliardi, utile netto a 2,22 miliardi e un Ebitda record di 3,24 miliardi. L’indebitamento netto è sceso a 2,73 miliardi, portando il rapporto debito/Ebitda a un contenuto 0,84.
Numeri diversi per TIM, che presenta ricavi pari a 13,73 miliardi e un Ebitda after lease di 3,7 miliardi, ma con un indebitamento netto più elevato, pari a 6,85 miliardi. Il rapporto debito/Ebitda si attesta così a 1,85, comunque sotto la soglia critica generalmente individuata intorno a quota 3.
Con l’aggregazione, il nuovo gruppo arriverebbe a un Ebitda complessivo di 6,95 miliardi e un indebitamento netto di 9,58 miliardi, con una leva pari a circa 1,38. Un livello superiore a quello di Poste ma inferiore rispetto a TIM, che segnala una struttura finanziaria nel complesso equilibrata.
Sinergie e prospettive industriali
Un elemento centrale dell’operazione riguarda le sinergie stimate in circa 700 milioni di euro, suddivise tra riduzione dei costi e incremento dei ricavi. L’integrazione delle reti commerciali rappresenta uno dei principali driver: i circa 4.000 punti vendita TIM potrebbero distribuire servizi Poste, mentre le 14.000 filiali di Poste diventerebbero canale per l’offerta TIM.
Tenendo conto di queste sinergie, la leva finanziaria potrebbe ridursi ulteriormente fino a circa 1,25, rafforzando la percezione di solidità del nuovo gruppo agli occhi del mercato e delle agenzie di rating.
Resta però un passaggio rilevante sul piano simbolico e di mercato: l’operazione porterebbe al delisting di TIM, dopo quasi trent’anni di presenza a Piazza Affari. Una trasformazione che ridisegna non solo gli equilibri industriali, ma anche il panorama della Borsa italiana, con una storica blue chip destinata a confluire in un nuovo soggetto più ampio e integrato.
Il mercato continuerà a monitorare l’evoluzione dell’OPAS, tra possibili aggiustamenti e reazioni degli investitori, mentre prende forma uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni nel settore delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari in Italia.