Smartworking, vorrei ma non posso. Un dipendente su tre vorrebbe lavorare sempre da casa
Un dipendente su tre vorrebbe lavorare sempre da casa, ma solo il 14% può farlo. Il divario tra desideri e realtà genera stress e turnover.
Smartworking, vorrei ma non posso: è questa la sintesi perfetta di ciò che vivono milioni di lavoratori italiani oggi. Un dipendente su tre vorrebbe lavorare sempre da casa, ma solo una minoranza riesce davvero a farlo. I dati parlano chiaro e raccontano un divario crescente tra aspettative e realtà, con conseguenze concrete su stress, engagement e persino sulle scelte di carriera.
Il divario tra desiderio e realtà nello smart working
Due lavoratori italiani su tre (il 64%) si aspettano di lavorare sempre o per la maggior parte del tempo in ufficio o in presenza, ma solo il 38% lo desidera davvero. È quanto emerge dalla ricerca Remote Working di WTW, che fotografa con precisione il disallineamento tra ciò che le aziende offrono e ciò che i dipendenti vogliono.
I numeri chiave della ricerca:
- 1 dipendente su 3 (32%) vorrebbe lavorare sempre o prevalentemente da casa
- Solo il 14% pensa di poterlo fare concretamente
- Il 30% preferirebbe una divisione equa tra giorni in remoto e in presenza
Il messaggio è inequivocabile: smartworking, vorrei ma non posso è la condizione di una fetta enorme della forza lavoro italiana.
Prima e dopo la pandemia: un cambiamento strutturale
I risultati della ricerca di WTW riflettono un grande cambiamento nei modelli del lavoro. Prima della pandemia:
- L’84% dei lavoratori dichiarava di aver lavorato sempre o quasi sempre in presenza
- Solo il 6% lavorava sempre o quasi sempre da remoto
Oggi le aspettative si sono ribaltate, ma le politiche aziendali non hanno seguito lo stesso ritmo. Il risultato è una tensione latente che pesa sulla motivazione e sulla fedeltà dei lavoratori.
Chi non può fare smart working vuole cambiare lavoro
Le conseguenze di questo divario non sono solo psicologiche: sono anche economiche e organizzative. Il 37% delle persone che vorrebbero lavorare da remoto ma non possono ha dichiarato di voler cambiare lavoro.
Non solo: le politiche di lavoro flessibile sono diventate il terzo fattore più importante per attrarre talenti, subito dopo la retribuzione e il livello di sicurezza dell’impiego. Per le aziende che ignorano questa tendenza, il rischio concreto è la perdita dei profili migliori.
Stress e performance: i numeri che preoccupano
La ricerca mette in luce squilibri che possono creare criticità rispetto all’engagement e alla performance dei dipendenti:
- Il 27% delle persone a proprio agio con le modalità di lavoro della propria azienda dichiara comunque di soffrire di stress
- Questo dato sale al 42% tra chi vorrebbe lavorare più spesso da remoto ma non può farlo
In altre parole, negare la flessibilità a chi la desidera non è neutro: si traduce in un aumento misurabile dello stress, con effetti diretti su produttività e benessere.
Smart working e work-life balance: le differenze di genere
La ricerca ha inoltre rivelato che il 65% dei lavoratori dichiara che lavorare da casa permette di avere un miglior equilibrio fra vita privata e vita lavorativa. Ma questo dato nasconde differenze significative:
- 54% degli uomini senza figli percepisce un miglior work-life balance grazie allo smart working
- 75% delle donne senza figli esprime la stessa valutazione positiva
Il divario di 21 punti percentuali tra uomini e donne senza figli suggerisce che il lavoro da remoto risponde a bisogni diversi a seconda del genere, e che le politiche aziendali dovrebbero tenerne conto in modo più strutturato.
Cosa dovrebbero fare le aziende
I dati della ricerca WTW indicano una direzione chiara per le organizzazioni che vogliono restare competitive nel mercato del lavoro:
- Ascoltare le preferenze dei dipendenti in modo strutturato, non episodico
- Definire politiche di flessibilità chiare e coerenti, evitando il
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.