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Bce, il rischio tassi e il tentativo di blindare i BTP. Ma dettagli nuovo scudo potrebbero spaventare i mercati

Un QE ma sui generis, magari con condizioni apposte all’Italia e agli altri paesi che saranno aiutati: arrivano indiscrezioni sui dettagli del nuovo scudo anti-spread che la Bce di Lagarde ha intenzione di lanciare per proteggere i debiti sovrani dell’area euro, BTP in primis.

A riportarli è l’agenzia di stampa Reuters, qualche ora prima della chiusura dei lavori del Forum sulle banche centrali organizzato dalla Bce. Il tema del forum della Bce, quest’anno, è “Challenges for monetary policy in a rapidly changing world”, ovvero “Sfide per la politica monetaria in un mondo che cambia rapidamente””

Iniziato lunedì 27 giugno, il Forum annuale si concluderà oggi, mercoledì 29 giugno.

Ieri Christine Lagarde è tornata a parlare di tassi, affrontando, sebbene senza esporsi troppo, anche lo strumento contro il rischio di frammentazione finanziaria dell’Eurozona, così come è definito dalla banca centrale, annunciato a metà mese dopo una riunione di emergenza indetta dall’istituzione di Francoforte per frenare l’ondata di sell off che si era abbattuta sui debiti sovrani, BTP in primis, e anche sulle borse, a seguito dello shock del Bce-Day

Il nuovo strumento, ha precisato Lagarde, sarà “efficace, proporzionato e conterrà salvaguardie sufficienti per preservare la spinta degli stati membri verso una politica fiscale solida“.

Ieri la numero uno dell’Eurotower ha reso noto inoltre che “accelereremo il completamento di un nuovo strumento” (anti-spread) e che la Bce, inoltre, “farà ricorso alla flessibilità riguardo ai reinvestimenti del capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del piano PEPP”.

Tutto questo, per blindare soprattutto i debiti sovrani della periferia dell’area euro, Italia in primis, da eventuali attacchi speculativi e dall’effetto inevitabilmente negativo della normalizzazione della politica monetaria.

Proprio questo effetto negativo si è manifestato ieri, quando i tassi dei BTP a 10 anni, nonostante le rassicurazioni della Bce sull’imminente lancio dello scudo anti-spread, hanno guardato piuttosto al lato sempre più hawkish di Christine Lagarde, che ha detto che, nel caso in cui la crescita dell’inflazione dovesse accelerare il passo al punto da minacciare le aspettative su di essa, la banca centrale sarebbe costretta a varare strette monetarie più aggressive.

Il Whatever It Takes contro l’inflazione ha avuto insomma sui BTP maggior presa della promessa ancora poco chiara di un nuovo strumento salva Btp, dunque salva Italia e dunque salva euro.

Tra l’altro, dichiarazioni sempre più da falco sono arrivate da un numero più alto degli esponenti del Consiglio direttivo: ieri il membro lettone Martin Kazaks, ha invitato  la banca centrale a prendere in considerazione la possibilità di un rialzo dei tassi di 50 punti base già a luglio, superiore ai 25 pb preannunciati.

E oggi, all’inizio della nuova (e ultima) giornata dei lavori della Bce a Sintra l’esponente della banca centrale e governatore della banca centrale austriaca Robert Holzmann ha riferito in un’intervista rilasciata alla Cnbc che l’Eurotower ha un ampio margine per alzare i tassi di interesse.

Premesso che “dovremo fare una valutazione sulla direzione dell’economia e dell’inflazione, esiste un ampio margine per aumenti (dei tassi) di 25 e 50 pb verso qualsiasi tasso noi crediamo e consideriamo ragionevole”.

Intanto, qualche indiscrezione sul nuovo bazooka della Bce inizia a trapelare. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, il nuovo strumento anti-frammentazione sarà lanciato nella prossima riunione del Consiglio direttivo della banca centrale, in calendario il prossimo 21 luglio.

Il dubbio che sta assillando i banchieri centrali è tuttavia se annunciare lo stesso giorno – giorno in cui è previsto anche il primo rialzo dei tassi in Eurozona in più di un decennio, di 25 punti base secondo quanto anticipato dalla stessa Bce – la dimensione e la durata di questo nuovo scudo, che Reuters definisce chiaramente uno schema per l’acquisto dei bond, concepito per ridurre i costi di finanziamento relativi al debito pubblico di Italia e ad altre economie alle prese con il problema del debito alto.

D’altronde, lo schema attuale con cui la banca centrale ha sostenuto i BTP & Co nel corso degli ultimi anni, noto anche come QE tradizionale, o più nello specifico PPA-APP (programma di acquisto di asset) scade a giorni, il prossimo 1° luglio.

Lo staff della Bce si è messo già al lavoro per sfornare il nuovo bazooka, ma sta preparando anche diverse opzioni per la banca centrale, cercando di valutare fino a che punto sia appropriato che dettagli come la durata e valore dello schema vengano resi subito pubblici.

Il valore complessivo dell’operazione di acquisto di asset, per esempio, potrebbe essere reputato troppo basso da chi fa trader sui bond e dai mercati in generale. 

I dubbi, dunque, sono i seguenti: Cosa dire? Cosa non dire? E’ pur vero che optare per un annuncio vago dello strumento lascererebbe gli investitori alle prese con troppi interrogativi.

C’è poi un altro fattore: gli esponenti della Bce stanno concordando sulla necessità che l’aiuto ai paesi più indebitati non sia incondizionato, non equivalga insomma a un assegno in bianco. E stanno riflettendo se includere, tra le condizioni, il rispetto delle raccomandazioni fornite ai singoli paesi dalla Commissione europea.

Allo stesso tempo, e ci sarebbe un’intesa anche su questo, le condizioni apposte al nuovo bazooka non dovrebbero essere troppo onerose.

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Justin Low, analista del mercato del forex di Forexlive , scrive intanto che la Bce è prossima a blindare l’Italia a spese degli altri. Di conseguenza, qualsiasi cosa annuncerà, provocherà sicuramente un bel po’ di polemiche, soprattutto da parte dei paesi virtuosi.

Detto questo c’è un paradosso, che viene ben presentato da Robin Brooks, responsabile economista dell’IIF, ex responsabile strategist sul forex presso GoldmanSachs e senior economist dell’Fmi, con un thread su Twitter:

Il Whatever It Takes di Draghi del 2012 ridusse gli spread senza far spendere un centesimo alla Bce. Nel dibattito che ha per oggetto il nuovo strumento contro la frammentazione, c’è qualcuno che spera che una cosa del genere accada di nuovo, e che lo strumento non venga mai usato. Ma è improbabile. Lo strumento getta anzi le basi per un QE infinito a favore di alcuni debiti sovrani.

Ma perché uno scenario del genere non potrebbe funzionare, oggi?

Per Brooks, “nel 2012, i premi sul rischio della periferia erano molto alti, e i tassi di interesse reali di Italia e Spagna erano molto alti. Non è così ora, il che significa che l’incentivo per gli acquirenti privati a comprimere gli spread puntando sui capital gain è basso: una situazione del tutto diversa da quella del 2012″.

Robin Brooks arriva al punto, che è il paradosso in cui si trova a operare la Bce.

La verità è che il premio sul rischio della periferia (dell’area euro) è troppo basso per convincere gli investitori privati ad acquistare questa volta in modo significativo. Di fatto, sappiamo dai dati che la Bce è stata L’UNICA acquirente delle nuove emissioni di debito su base netta. Il problema, con il nuovo strumento, è che questa storia continuerebbe per sempre”. E, fa notare l’ex Goldman, non va bene per niente.

Perché?

Per Brooks “i tassi e gli spread dei paesi periferici devono salire, se l’intenzione è quella di far tornare gli acquirenti privati sui debiti sovrani. Se invece il nuovo strumento verrò utilizzato per imporre un tetto ai rendimenti eccessivo, gli acquirenti privati staranno alla larga, e la Bce finirà per essere l’unica acquirente a livello tra l’altro permamente. Il nuovo strumento non potrà di conseguenza rivelarsi uno strumento anti-crisi”.

Certo, “è possibile che le autorità di politica monetaria pensino a un uso solo occasionale del nuovo strumento. Ma sappiamo dai dati che i mercati non vogliono acquistare il debito italiano (dunque i BTP) a rendimenti bassi. E questo è improbabile che cambi. Il che significa che il nuovo strumento sarà un’esca per la monetizzazione del debito permamente”.

Questo implica che, “se il nuovo strumento finisce per diventare un finanziamento monetario permamente a favore di alcuni paesi, sarà impossibile giustificarlo in termini di frammentazione. Piuttosto, apparirà molto come una sorta di controllo sui rendimenti, che è al di là del mandato della Bce e che è equivalente a eurobons sintetici nel bilancio della Bce”.

Di eurobond sintetici se ne parla da diversi anni: utile è l’articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore  Eurobond «sintetici» la via per uscire dal Qe, a firma di Alberto Quadro Curzio e Attilio Bertini, in cui si legge che “gli EuroSintBond sarebbero una soluzione semplice per uscire dal Qe senza inondare il mercato di titoli di Stato”.

Robin Brooks termina la sua riflessione chiedendosi come sia possibile evitare una tensione così impossibile. “Semplicemente, non scegliete questa strada, che aprirà un vaso di Pandora dove la cura sarà peggio della malattia. Usate l’OMT, che è già disponibile, e togliete dal programma lo stigma apponendo condizioni meno severe. Molto meglio per la Bce e l’euro…”

Peccato per alcuni che l’OMT abbia una pessima reputazione in Italia.

L’OMT, ricordiamo, è l’acronimo di Outright Monetary Transactions (“OMT”), ed è un programa che implica l’acquisto, da parte della banca centrale europea, di titoli di debito sovrani nel mercato secondario, a certe condizioni.

Lanciato nel 2012, considerato dai suoi sostenitori alla stregua di uno strumento conferma del #WhateverItTakes annunciato dall’ex numero uno della Bce, Mario Draghi, proprio nell’estate di quell’anno, l’OMT, pur ancora presente nella cassetta degli attrezzi della Bce, è di fatto uno scudo anti-spread, che non è stato tuttavia mai utilizzato, anche perchè considerato, soprattutto negli anni della pandemia, ormai strumento d’altri tempi.

Il punto è che la stessa Bce di Christine Lagarde è la prima a sapere che l’OMT è di per sé già uno scudo anti-spread, visto però come fumo negli occhi dal mondo politico, soprattutto made in Italy. E questo perchè l’OMT può scattare soltanto se il paese in questione fa richiesta del MES. Di questo ha parlato di recente, Veronica de Romanis nell’articolo “Gli scudi anti-spread come Mes e Omt che la politica rifiuta”, pubblicato su La Stampa il 20 giugno scorso.

L’economista ha sottolineato che “il MES (contrariamente a quanto stabilito dalla pubblicità regresso di parte della politica italiana, “contribuisce ad assicurare la stabilità dell’area dell’euro: non a caso si chiama Meccanismo di stabilità. Ma in Italia è diventato un tabù. Non lo abbiamo usato in passato. E non lo useremo in futuro. Ciò significa che non attiveremo neanche l’Omt. Una simile scelta ci pone in una posizione di forte vulnerabilità nei confronti dei mercati finanziari, ossia coloro che comprano il nostro debito pubblico. Stiamo dando un messaggio contraddittorio. Da un lato, segnaliamo che non ricorreremo mai all’attuale scudo anti-spread. Dall’altro, chiediamo a gran voce alla Bce di crearne uno. Nuovo, diverso, senza condizionalità. Il solito pasto gratis, insomma“.