Notiziario Notizie Italia Di Maio: ‘non possiamo pugnalare italiani per ascoltare agenzie rating’. Salvini: ‘in questa manovra non ci sarà tutto contratto governo’

Di Maio: ‘non possiamo pugnalare italiani per ascoltare agenzie rating’. Salvini: ‘in questa manovra non ci sarà tutto contratto governo’

Il vicepremier Luigi Di Maio va avanti nella sua crociata anti-spread, mentre il collega Matteo Salvini smorza i toni sul fronte della legge di bilancio, affermando che “resteremo sotto al limite fissato del 3% per il rapporto deficit-Pil. Intervistato ieri da Radio24, Salvini ha affermato che “il governo vuole mantenere gli impegni presi” e che “si è parlato di sfiorare il limite, non di sforarlo. Una i fa la differenza”. Inoltre, “in questa manovra non ci sarà tutto quanto è previsto dal contratto di governo”. Sarà per questo che, dopo il monito di Fitch arrivato venerdì scorso, lo spread BTP-Bund non è preda di forti scossoni, anzi, torna sotto la soglia di 290 punti base sfondata la scorsa settimana.

Se Salvini nelle ultime ore ha perlomeno sottolineato che il rapporto deficit-Pil non sarà sforato, dal canto suo Di Maio ha detto, intervenendo alla festa del Fatto Quotidiano che si è svolta a Marina di Pietrasanta, in provincia di Lucca, proprio in merito alla minaccia Fitch, che “dobbiamo scegliere tra il giudizio di un’agenzia di rating o gli interessi dei cittadini. Non possiamo pensare di stare dietro ai giudizi di un’agenzia ma poi pugnalare alle spalle gli italiani. Per ascoltare quelle agenzie negli anni si sono fatti Jobs act, legge Fornero e piaceri alle banche”.

Ancora, Di Maio “nel 2019 deve partire il reddito di cittadinanza. Nella legge di bilancio di fine anno dobbiamo mettere le coperture. La domanda interna si può creare se dai la possibilità di reiserirsi a chi, e sono 5 milioni, è sotto la soglia dell’autosufficienza”.

Flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero sono le tre priorità su cui ci siamo trovati subito e le dobbiamo portare avanti perché rappresentano tre categorie di cittadini che sono rimasti indietro per troppo tempo. Gli faremo tornare il sorriso”.

Ma il rimprovero è sempre dietro l’angolo e, di nuovo, porta il nome di Carlo Cottarelli, ex commissario alla Spending Review, ora direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici, che già la scorsa settimana aveva calcolato la zavorra dello spread sui conti pubblici-

“Il modo migliore per proteggere gli italiani è evitare crisi tipo quella del 2011, che si ripercuotono sulle fasce sociali più deboli. Osservo che tra il 10 maggio e il 31 agosto del 2011 lo spread era salito di 129 punti, da 162 a 291: nello stesso periodo di quest’anno l’aumento è stato di 150 punti, da 138 a 289. Anche se la situazione non è per fortuna quella del 2011 perché l’economia sta crescendo e il livello dei tassi è più basso, non si può stare tranquilli”, ha detto, intervistato da Il Corriere della Sera-.

“Lo spread costerà miliardi. Non possiamo permetterci le misure del programma M5S-Lega”, è questo in sostanza il messaggio di Cottarelli, che ricorda: “Abbiamo fatto una stima. Si tratta di 5 miliardi nel 2019, mentre la spesa è già salita di un miliardo quest’anno”.

“È vero che ci sono componenti esterne, come la crisi turca, ma l’aumento dello spread è anche la conseguenza delle dichiarazioni di questo governo e di questa maggioranza, che hanno promesso tantissimo”.

A questo punto, la reazione dello spread “dipende da che cosa ci sarà scritto nella legge di Bilancio. Per far scendere lo spread ci vorrebbe una chiara riduzione del deficit e del debito rispetto al 2018. In particolare, il debito in rapporto al Pil andrebbe ridotto di 3 punti percentuali all’anno, ma siamo ancora lontani da questo risultato. E perciò restiamo esposti a qualsiasi scossone esterno”.

E sulle tre proposte chiave del contratto di governo M5S-Lega reddito di cittadinanza, flat tax e riforma della legge Fornero, Cottarelli insiste:

“Guardi, queste tre cose purtroppo non ce le possiamo permettere e dunque io non ne farei nessuna. Credo che il governo dovrebbe fare altre cose, per far crescere l’economia, migliorare la produttività e la competitività. Lo si fa con una drastica lotta alla burocrazia, che tra l’altro riduce la propensione a investire in Italia. Le piccole e medie imprese pagano più di 30 miliardi di euro all’anno soltanto per riempire moduli, stima ufficiale del dipartimento della Funzione pubblica. Inoltre, ci vorrebbe una lotta serrata alla corruzione e all’evasione fiscale e una riforma per rendere più veloce la giustizia civile”.