PIL, l’insospettabile alleato del clima: crescita e green devono coniugarsi
PIL e clima non sono nemici: la crescita economica può essere l'alleato insospettabile della sostenibilità. Scopri perché green e sviluppo devono coniugarsi.
PIL e clima: due termini che sembrano opposti nel dibattito pubblico, eppure la realtà è più complessa. La crescita economica può essere un alleato insospettabile nella lotta al cambiamento climatico, a patto che sviluppo e sostenibilità vengano pianificati insieme. Non si tratta di scegliere tra benessere e ambiente: si tratta di capire come coniugarli. Lo dimostrano i dati, i casi concreti e le analisi degli economisti più attenti al tema.
PIL e clima: un rapporto più complesso di quanto sembri
Nel dibattito sulla crisi climatica, il PIL viene spesso indicato come il nemico: più crescita significa più emissioni, più consumi, più pressione sulle risorse naturali. Ma questa lettura è parziale. Il PIL, se orientato correttamente, può ridurre la vulnerabilità delle popolazioni di fronte agli eventi meteorologici estremi e finanziare la transizione verso un’economia verde. Il punto non è se crescere, ma come crescere. Lo evidenzia con chiarezza un’analisi pubblicata da Francesco Ramella su lavoce.info, che resta un riferimento utile per chiunque voglia affrontare il tema con rigore.
Cosa ci ha insegnato il crollo del PIL nel 2020
Partiamo da un dato concreto. Crescita economica e riduzione dell’inquinamento devono andare di pari passo: non si può puntare alla seconda sacrificando la prima. Lo abbiamo visto in modo drammatico durante la pandemia: le misure per contenere il Covid-19 hanno determinato una riduzione del PIL mondiale di oltre il 3%, e nello stesso anno le emissioni di CO2 in atmosfera sono calate del 6,7%, come mai era accaduto prima. Risultato ambientale positivo, dunque. Ma le conseguenze umane sono state devastanti: per la prima volta in decenni è aumentato di 120 milioni il numero di persone che vivono in condizioni di povertà assoluta.
Questo esempio dimostra che una riduzione delle emissioni ottenuta attraverso il collasso economico non è una soluzione: è un disastro con un effetto collaterale verde. Non è il modello a cui aspirare.
Perché serve una programmazione della transizione ecologica
Non possiamo immaginare un futuro positivo per lo sviluppo umano con una riduzione delle emissioni di CO2 brusca e non pianificata. Tutto va programmato nel tempo, senza intaccare le attività economiche dei Paesi. L’ISU — indice di sviluppo umano, proposto come alternativa al PIL — è in realtà un parente molto stretto di quest’ultimo: senza crescita, non c’è benessere, ma solo un aumento dei disagi e dell’indigenza.
Accanto alle misure relative all’aspettativa di vita e al livello di istruzione, l’ISU ingloba anche il livello del reddito. Ma anche qualora si ricalcoli l’indicatore escludendo quest’ultimo fattore, il quadro che emerge rimane in larga misura invariato: si vive meglio là dove il PIL è più alto, e viceversa. Ignorare questo legame significa costruire politiche climatiche destinate a fallire sul piano sociale.
Il PIL come scudo contro la vulnerabilità climatica
Che si viva meglio dove il PIL è più alto è una considerazione valida anche in riferimento alla vulnerabilità climatica. Se da un lato l’immissione in atmosfera di gas serra nel corso degli ultimi centocinquanta anni ha incrementato la frequenza di alcuni eventi estremi, dall’altro la crescita economica e lo sviluppo della conoscenza scientifica si sono rivelati strumenti efficacissimi nel ridurne l’impatto umano: al crescere del PIL, il numero di vittime degli eventi estremi si riduce drasticamente.
In altre parole, i Paesi più ricchi non sono necessariamente quelli che inquinano di più in proporzione ai benefici ottenuti: sono anche quelli meglio attrezzati per proteggersi dagli effetti del clima che cambia.
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I casi di Bangladesh e Stati Uniti: la resilienza si costruisce con lo sviluppo
Due esempi concreti chiariscono meglio di qualsiasi teoria il legame tra PIL, clima e resilienza.
- Bangladesh: considerato uno dei Paesi più a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare, mezzo secolo di sviluppo economico e buon governo lo hanno reso molto più resiliente di quanto non fosse fino agli anni Settanta. Le infrastrutture, i sistemi di allerta precoce e le politiche di adattamento — tutte finanziate dalla crescita — hanno salvato migliaia di vite.
- Stati Uniti: dagli anni Sessanta a oggi, grazie soprattutto alla diffusione degli impianti di condizionamento dell’aria, la mortalità per eccessi di calore è diminuita del 75%. Una tecnologia resa accessibile dalla crescita economica, che ha trasformato un rischio letale in un disagio gestibile.
Questi casi mostrano che la crescita del PIL, quando accompagnata da buone politiche, è uno dei migliori strumenti di adattamento climatico disponibili.
Green e crescita: come coniugarli davvero
Tracciando un quadro generale, è sicuramente importante porsi obiettivi ambiziosi sulle tematiche ambientali. Ma bisogna farlo senza dimenticare che anche in futuro le condizioni complessive di vita — soprattutto per i Paesi più poveri — dipenderanno molto di più dalla crescita del reddito che dall’evoluzione del clima. Ai governi spetta il compito di far gravare meno possibile i costi della transizione ecologica sulle tasche dei cittadini.
Le strade percorribili sono diverse:
- Investire in tecnologie verdi che creino occupazione e valore economico, non solo che riducano le emissioni.
- Pianificare la transizione energetica con orizzonti temporali realistici, evitando shock che colpiscano i redditi più bassi.
- Sostenere i Paesi in via di sviluppo nel loro percorso di crescita sostenibile, perché una riduzione globale delle emissioni passa necessariamente per il loro sviluppo, non per il loro impoverimento.
- Misurare il progresso con indicatori che tengano conto sia del benessere economico sia della sostenibilità ambientale, superando la falsa alternativa tra PIL e green.
FAQ: PIL e clima, le domande più frequenti
Il PIL è davvero nemico dell’ambiente?
Non necessariamente. Il PIL misura la ricchezza prodotta, non il modo in cui viene prodotta. Un’economia in crescita può ridurre le emissioni se investe in energie rinnovabili, efficienza energetica e tecnologie pulite. Il problema non è la crescita in sé, ma la qualità e la direzione della crescita.
È possibile ridurre le emissioni senza sacrificare il benessere?
Sì, ma richiede pianificazione. La riduzione delle emissioni ottenuta attraverso la recessione economica — come accaduto nel 2020 — ha costi sociali insostenibili. La strada giusta è la decarbonizzazione programmata dell’economia, con politiche che proteggano i redditi più bassi durante la transizione.
Perché i Paesi più ricchi resistono meglio agli eventi climatici estremi?
Perché dispongono di infrastrutture più solide, sistemi sanitari più efficienti, tecnologie di protezione e risorse per finanziare l’adattamento. Il PIL più alto si traduce in una maggiore capacità di risposta alle emergenze climatiche, come dimostrano i casi di Bangladesh e Stati Uniti.
Cosa si intende per crescita verde o green growth?
Con “crescita verde” si intende un modello di sviluppo economico che genera benessere riducendo al tempo stesso l’impatto ambientale. Prevede investimenti in energie rinnovabili, economia circolare, mobilità sostenibile e innovazione tecnologica. L’obiettivo è dimostrare che PIL e sostenibilità non sono in contraddizione, ma possono — e devono — crescere insieme.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.