Investimenti: No panic! Perché è un errore vendere adesso le azioni in portafoglio
Investimenti, no panic: vendere le azioni in portafoglio durante i ribassi è un errore. Ecco perché gli esperti consigliano di mantenere la calma e puntare sui beni reali per proteggere il patrimonio dall'inflazione e dalla volatilità.
Mercati azionari sotto pressione, volatilità alle stelle e pericolo stagflazione all’orizzonte. Lo scenario di elevata incertezza è difficile da gestire per gli investitori, che si chiedono come salvaguardare il proprio patrimonio. La domanda che circola con insistenza è sempre la stessa: investimenti, no panic — ma perché è davvero un errore vendere adesso le azioni in portafoglio? Molti si chiedono se, in vista di una escalation delle tensioni geopolitiche e di un contesto macro sempre più instabile, non convenga eliminare tutte le azioni dal portafoglio, o almeno coprirle. Ma questo è molto più facile a dirsi che a farsi. Lo spiega Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch, uno dei gestori patrimoniali non bancari più grandi della Germania.
Perché vendere in preda al panico è un errore
Quando i mercati scendono bruscamente, la reazione istintiva di molti investitori è quella di liquidare le posizioni azionarie per limitare le perdite. È una risposta emotivamente comprensibile, ma finanziariamente rischiosa. Gli esperti la chiamano panic selling: vendere nel momento peggiore, spesso proprio quando i prezzi hanno già incorporato buona parte del ribasso.
Chi, oggi, vende le posizioni azionarie per paura che il mercato possa scendere ancora di più, sperando di rientrare più tardi a prezzi più bassi, può commettere lo stesso uno sbaglio. Chi esce dal mercato avendo subito delle perdite raramente riesce a trovare un punto di rientro conveniente. Anche in questo caso è fondamentale la prudenza.
Gli strumenti di copertura: costosi e difficili da gestire
“Gli strumenti di copertura sono generalmente costosi e di conseguenza riducono i rendimenti nel lungo periodo – spiega Flossbach – Dall’altro non è sufficiente individuare il giusto tempismo nell’attivare gli strumenti di copertura, ma anche il momento giusto in cui eliminarli”. E proprio questa fase due del piano sarebbe molto più difficile, e spesso fallisce. Così, alla fine, si producono soprattutto costi.
In sintesi, i principali rischi legati a una strategia difensiva affrettata sono:
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- Costi elevati degli strumenti di hedging che erodono i rendimenti nel tempo
- Difficoltà nel timing: individuare sia il momento di uscita sia quello di rientro è quasi impossibile in modo sistematico
- Perdita dei rimbalzi: i giorni di maggiore rialzo si concentrano spesso subito dopo i crolli più violenti
- Cristallizzazione delle perdite: vendere dopo un ribasso trasforma una perdita potenziale in una perdita reale
Il rischio inflazione: più concreto della volatilità di breve termine
Soprattutto perché c’è un rischio molto più concreto per gli investitori oltre all’imponderabilità delle tensioni geopolitiche: l’inflazione. A causa delle crisi in corso, il rischio di inflazione non diminuisce, anzi è in aumento. Da un lato per via del fatto che le forniture energetiche globali rimangono sotto pressione e che i prezzi del petrolio e del gas continuano a salire, facendo aumentare il tasso di inflazione. Dall’altro perché il tentativo delle banche centrali di normalizzare la politica dei tassi d’interesse si scontra con una crescita economica già debole.
Questo perché le crisi non solo rallentano la crescita economica globale, ma fanno sì che il debito (nazionale) continui a crescere. Basti guardare al massiccio aumento della spesa militare e agli stimoli fiscali in molti Paesi occidentali. Il debito globale può essere pagato a lungo termine solo se i tassi di interesse rimangono relativamente contenuti. Non sono nell’interesse delle banche centrali né un notevole raffreddamento dell’economia globale, né un eccesso di pressione sui debitori. Le banche centrali hanno quindi le mani legate.
Beni reali e azioni di qualità: la risposta all’incertezza
“Coloro che vogliono preservare il loro patrimonio a lungo termine hanno quindi bisogno di aumentare l’esposizione ai beni reali, non di diminuirla – spiega l’esperto – Anche le turbolenze geopolitiche non cambiano questa valutazione. Gli investitori hanno bisogno soprattutto di azioni in aziende di qualità, per quanto cinico ciò possa sembrare in questi giorni”.
Certamente, non si può escludere che i mercati azionari scendano ancora nelle prossime settimane e mesi e che il nervosismo sui mercati dei capitali rimanga alto. Sopportare le fluttuazioni dei prezzi è il prezzo che gli investitori devono essere pronti a pagare in un mondo di rendimenti reali negativi, per poter ottenere rendimenti adeguati e preservare il proprio patrimonio a lungo termine.
Cosa fare (e cosa non fare) quando i mercati crollano
Ecco le indicazioni pratiche per chi si trova a gestire un portafoglio azionario in un momento di forte volatilità:
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- Non vendere in preda al panico: le decisioni emotive raramente producono risultati finanziari positivi
- Mantenere l’orizzonte temporale: chi investe con una prospettiva di lungo periodo ha storicamente sempre recuperato le perdite di breve termine
- Valutare le opportunità: i ribassi ingiustificati su aziende solide possono rappresentare punti di ingresso interessanti
- Diversificare: un portafoglio ben diversificato riduce l’impatto dei crolli settoriali o geografici
- Evitare il market timing: prevedere con precisione i minimi e i massimi di mercato è statisticamente impossibile anche per i professionisti
“In ogni caso, ora non è il momento giusto per vendere azioni – conclude Flossbach – Sarebbe anzi meglio comprarle – quando buone aziende sono ingiustamente o indebitamente punite dalle oscillazioni di mercato. Non è facile, lo so; ma non c’è altro modo. La turbolenza sui mercati azionari passerà, come sempre”.
FAQ: investimenti e volatilità di mercato
È meglio vendere le azioni quando il mercato scende?
No. Vendere durante un ribasso significa cristallizzare le perdite e rischiare di perdere il successivo rimbalzo. La storia dei mercati finanziari mostra che chi mantiene le posizioni nel lungo periodo ottiene risultati migliori rispetto a chi cerca di anticipare i movimenti di breve termine.
Come proteggere il portafoglio dalla volatilità senza vendere?
La diversificazione rimane lo strumento più efficace. Affiancare alle azioni asset class decorrelate — come obbligazioni di qualità, oro o immobili — riduce la volatilità complessiva del portafoglio senza rinunciare al potenziale di rendimento di lungo periodo.
Perché l’inflazione è un rischio maggiore della volatilità azionaria?
L’inflazione erode il potere d’acquisto del capitale in modo silenzioso e costante. Tenere liquidità o obbligazioni a basso rendimento in un contesto inflazionistico significa perdere valore reale con certezza, mentre la volatilità azionaria è per definizione temporanea.
Quando ha senso ridurre l’esposizione azionaria?
Ha senso farlo in modo pianificato, in funzione del proprio orizzonte temporale e della propria tolleranza al rischio — non in risposta a un crollo improvviso dei mercati. Un consulente finanziario può aiutare a definire l’allocazione ottimale in base agli obiettivi individuali.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.