Finanza Notizie Mondo Cresce movimento #deletefacebook, scuse Zuckerberg non bastano. Verso una class action in Usa

Cresce movimento #deletefacebook, scuse Zuckerberg non bastano. Verso una class action in Usa

Mentre sui social cresce il movimento #deletefacebook, sulla scia dell’appello lanciato dal co-fondatore di Whatsapp Brian Acton a cancellarsi da Facebook, Mark Zuckerberg esce finalmente allo scoperto e rompe il silenzio sullo scandalo datagate che ha travolto la sua società. Lo fa prima con un post sulla sua pagina Facebook e successivamente con un’intervista alla Cnn. Le sue parole, tuttavia non sortiscono l’effetto forse da lui sperato: quello di far capire alla comunità internazionale online che Facebook è stata vittima, più che artefice dello scandalo, a causa della fiducia eccessiva riposta in Cambridge Analytica.

Niente da fare: in Usa si va verso una class action, sia contro Cambridge Analytica, che contro Facebook. La prima viene depositata da Lauren Price, residente in Maryland. Si tratterebbe per l’appunto solo della prima, visto che molte potrebbero essere le cause collettive lanciate dagli utenti del social, al fine di chiedere un risarcimento non solo per la mancata protezione delle loro informazioni personali da parte delle due società ma per il loro sfruttamento, al fine di beneficiare Donald Trump. 

Cambridge Analytica, società che ha lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump in vista dell’Election Day del 2016, è la società che ha avuto accesso ai dati di più di 50 milioni di utenti Facebook e che, all’epoca supervisionata dall’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon – come emerso nelle ultime ore – ha creato un enorme database su milioni di elettori americani, per condizionarne il voto.

“Sono davvero dispiaciuto per quanto accaduto”, dice il numero uno di Facebook nell’intervista esclusiva rilasciata a Laurie Segall della CNN, aprendo la porta alla possibilità di testimoniare di fronte al Congresso Usa.

“Quello che stiamo cercando di fare è cercare di mandare (al Congresso) chi, all’interno di Facebook, dispone della maggior parte delle informazioni. Se quello sono io, sarà contento di andare“. 

Il ceo cerca anche di chiarire il post che ha pubblicato sulla sua pagina di Facebook, precedente alla sua apparizione in TV.

Il post ha di fatto scatenato un’ondata di polemiche, con diversi utenti che hanno accusato il fondatore di Facebook di non essersi scusato del tutto per lo scandalo esploso. 

IL POST DI MARK ZUCKERBERG SU FACEBOOK

“Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati e, se non ne siamo capaci, non meritiamo di servirvi. Sto lavorando per capire esattamente cosa è accaduto, e per assicurarmi che una situazione del genere non accada più. La buona notizia è che le misure più importanti lanciate per prevenire che ciò che è accaduto si verifichi ancora sono state già prese anni fa”.

Detto questo, “abbiamo commesso errori, è necessario fare di più, e dobbiamo farci avanti e agire”.

Nel post Zuckerberg ripercorre quanto accaduto, in relazione allo scandalo Datagate.

Dopo aver ricordato il lancio di Facebook Platform, nel 2007, nella convinzione che più APP dovessero essere social, l’AD ha scritto che, nel 2013, un ricercatore di Cambridge University, tale Aleksandr Kogan, ha creato una APP di quiz sulla personalità. Questa APP è stata installata da circa 300.000 persone, che hanno condiviso i loro dati così come alcuni dei dati dei loro amici. Considerato il modo in cui la nostra piattaforma funzionava, ciò significa che Kogan ha avuto la possibilità di accedere a decine di milioni di dati”.

Di conseguenza, “nel 2014, abbiamo annunciato un cambiamento notevole all’intera piattaforma, per prevenire le APP abusive e per limitare in modo significativo i dati a cui le APP avrebbero potuto avere accesso. Fattore ancora più importante, le APP come quelle di Kogan non avrebbero potuto più chiedere i dati degli amici di un utente, in assenza dell’autorizzazione degli stessi amici. Abbiamo anche chiesto agli sviluppatori di ottenere la nostra approvazione prima di inoltrare richieste su qualsiasi dato sensibile degli utenti. Queste misure sono state prese per impedire che qualsiasi App simile a quella di Kogan fosse in grado di accedere a così tante informazioni”.

Arriva a questo punto la parte del post in cui Zuckerberg racconta come sono andate le cose con Cambridge Analytica:

“Nel 2015, abbiamo appreso dai giornalisti del The Guardian che Kogan aveva condiviso i dati della sua APP con Cambridge Analytica. E’ contro la nostra politica permettere agli sviluppatori di condividere dati senza il consenso degli utenti, così abbiamo immediatamente estromesso l’APP di Kogan dalla nostra piattaforma, chiedendo a lui e a Cambridge Analytica di certificare in modo formale la cancellazione, da parte loro, di tutti i dati impropriamente acquisiti. E loro ci hanno fornito queste certificazioni“.

“La scorsa settimana, abbiamo appreso dal Guardian, dal New York Times e da Channel 4 che è probabile che Cambridge Analytica non abbia cancellato i dati, contrariamente a quanto emerso dalle certificazioni. Abbiamo immediatamente impedito loro di usare qualsiasi tipo dei nostri servizi (…) Quello che è accaduto è stata una violazione di fiducia tra Kogan, Cambridge Analytica e Facebook. Ma è stata anche una violazione della fiducia tra Facebook e gli utenti che condividono i loro dati e che si aspettano che noi li proteggiamo. Dobbiamo risolvere la questione”.

Criticato per quella che è sembrata una scusa a metà, Zuckerberg ha corretto il tiro nell’intervista alla CNN, ma ha continuato a parlare di errori commessi nel dare fiducia alle persone sbagliate.

“Ho lanciato (Facebook) quando ero giovane e inesperto. Ho commesso errori tecnici e di business. Ho assunto le persone sbagliate, mi sono fidato delle persone sbagliate”.

Il manager 33enne, quinto uomo più ricco del mondo, ha reso noto che Facebook ha intenzione di allertare tutti quegli utenti ai cui dati Cambridge Analytica ha avuto accesso. E si è detto pentito del fatto che la società abbia aspettato così tanto tempo per informare la gente su quanto accaduto.