Notiziario Notizie Italia Mps, aumento capitale in bilico, i soldi non si trovano. Titolo affonda a Piazza Affari, bond KO con spettro burden sharing

Mps, aumento capitale in bilico, i soldi non si trovano. Titolo affonda a Piazza Affari, bond KO con spettro burden sharing

Aumento di capitale Mps sempre più incerto, ora si apprende che l’operazione di ricapitalizzazione da 2,5 miliardi che dovrebbe salvare la banca potrebbe slittare di nuovo, mentre aumenta il panico burden sharing, tanto che alcune obbligazioni subordinate, riporta Milano Finanza, arrivano a rendere fino al 311%. Intanto l’AD di Banco BPM Giuseppe Castagna ha chiarito di nuovo la sua posizione nei confronti della banca senese, affossando le ultime speranze di un intervento di Piazza Meda nelle vesti di ipotetico cavaliere bianco, magari insieme ad altri istituti:

“Penso che stiano lavorando sia nella banca che al Ministero per trovare una soluzione soddisfacente. In questo caso mi pare che collaborazione con l’Europa ci sia. Facciamo i nostri migliori auguri al Montepaschi”, ha detto Castagna, ribadendo che, in ogni caso, Mps “non è mai stato nei radar di Banco Bpm”.

Noi, ha continuato il ceo di Banco BPM, “abbiamo sempre detto che era complicato per una banca come la nostra, che viene già da una fusione complessa che abbiamo superato brillantemente, essere impegnati in un’operazione così complicata”.

Intanto Milano Finanza riporta che, oltre al titolo, che a Piazza Affari è scivolato fino a -6% circa, “viaggiano sotto stress anche le obbligazioni subordinate del Monte, quella più liquida, per esempio, l’emissione da 750 milioni di euro con scadenza nel 2028, rende oggi il 311% alla call (18 gennaio 2023) a indicare la tensione sul mercato. Bond che sarebbero azzerati se la banca, in assenza di un aumento di capitale, dovesse essere salvata con denaro pubblico (è il caso del burden sharing, le obbligazioni verrebbero trasformate in capitale come accaduto nel salvataggio del 2017)”.

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Mps, aumento capitale in bilico: SOS per 900 mln necessari

L’istituto guidato dal ceo Luigi Lovaglio starebbe incontrando, come si sa da diversi giorni, non poche difficoltà a trovare 900 milioni di euro di capitali privati, necessari alla buona riuscita dell’aumento di capitale.

Il Mef, principale azionista con una quota del 64%, contribuirà con 1,6 miliardi di euro, sui 2,5 miliardi totali di mezzi freschi di cui il Monte ha bisogno. Ma nessuno tra i privati sta scalpitando per partecipare all’operazione, tanto che ieri sono circolate indiscrezioni sui contatti che il Tesoro avrebbe avviato con diverse banche e compagnie di assicurazioni, tra cui nomi altisonanti come UniCredit, Intesa e Generali, per convincerle a creare una cordata di sistema e contribuire ciascuna con una quota al salvataggio del Monte dei Paschi.

Aumento capitale, Mps contatta anche hedge fund

Oggi arrivano ulteriori indiscrezioni che sembrano sancire la situazione disperata di Siena.

Mf riporta che “contatti sarebbero in corso anche con fondi di investimento italiani ed esteri, in particolare con quelli che detengono (o hanno avuto in pancia) bond subordinati di Mps tra i quali Melqart, Pinko, AcomeA, Amundi, Algebris di Davide Serra.

“Mps punta sui fondi hedge”, è il titolo dell’articolo di MF, che ricorda l’altro alert che è scattato negli ultimi giorni: quello del burden sharing in caso di flop dell’aumento di capitale. Una ipotesi che, se concretizzata, azzererebbe il valore di quei bond.

Tutto questo, mentre le banche del consorzio di garanzia del collocamento sarebbero vicine a perdere la pazienza.

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Mps e l’aumento di capitale, banche consorzio garanzia vogliono Anima e Axa: nessun impegno concreto da parte del mercato

Oltre agli 1,6 miliardi di euro del Tesoro, le suddette banche vorrebbero essere certe che le adesioni dei privati fossero pari ad almeno 600 milioni, mentre, riporta ancora Mf, le adesioni si fermerebbero a 350 milioni.

C’è dunque il rischio, paventato già da diverse settimane, che le banche del consorzio di garanzia gettino la spugna, mollando l’AD Lovaglio e Mps.

Ieri della questione si è parlato a Roma, con il ceo Lovaglio, le banche del consorzio di garanzia e i rappresentanti del Tesoro che si sono riuniti per riesaminate il dossier. Lo spettro del burden sharing starebbe mettendo alle strette il Mef,  che si sarebbe messo all’opera per convincere le altre banche italiane all’ennesimo salvataggio dell’istituto considerato ormai zombie, il cui aumento di capitale non riesce proprio a quanto appare ad attrarre il mercato .

Non per niente sempre le banche del consorzio di garanzia avevano manifestato anche il desiderio di rimandare l’operazione al 2023.

Le trattative tra Lovaglio e i partner industriali di Mps, Anima e Axa, avrebbero portato a un impegno, da parte della seconda, a partecipare alla ricapitalizzazione con 150 milioni di euro circa. Anima potrebbe versare attorno ai 150 milioni, in cambio tuttavia di una revisione degli accordi di distribuzione, fattore che non sarebbe visto di buon occhio da Lovaglio.

Equita SIM ieri ha sottolineato che “relativamente ai titoli subordinati, ai prezzi attuali il mercato attualmente sconta come scenario più probabile il burden sharing con il coinvolgimento dei titoli che sarebbero oggetto di conversione per un ammontare pari all’aumento di capitale, ex-quota del MEF, di circa 900 milioni”.

Insomma, se prima tremavano gli azionisti, ora tremano anche gli obbligazionisti, in particolare i detentori dei bond subordinati.

Tra l’altro la soluzione ‘burden sharing’ farebbe parte del piano della Vigilanza della Bce, pronta a intervenire in caso di flop dell’aumento di capitale.

Così commentano e riassumono oggi da Equita SIM:

Nel corso della giornata di ieri a Roma si sono svolti gli incontri tra il MEF, il Ceo Lovaglio e i rappresentati delle banche del consorzio che hanno espresso dubbi sulla concessione della garanzia sull’intero inoptato dell’aumento (ad oggi visto secondo le indiscrezioni in area 600mn). Secondo quanto riportato da alcuni articoli di stampa, queste interlocuzioni potrebbero portare a una revisione della tabella di marcia dell’operazione, che oggi prevede l’avvio dell’aumento per il 17 ottobre e chiusura a metà novembre, con al tavolo l’ipotesi di scissione dell’operazione di rafforzamento patrimoniale in due tranche”.

Nella nota di Equita SIM si fa riferimento anche alle indiscrezioni di MF:

“Secondo quanto riportato da MF, sembra raffreddarsi l’ipotesi di intervento di sistema da parte delle principali istituzioni finanziarie italiane, che quindi difficilmente agirebbero come anchor investors al fianco di Axa e Anima (quest’ultima ancora in trattative per la revisione dell’accordo di distribuzione, condizione necessaria per l’intervento nel capitale di Mps), mentre un supporto potrebbe essere fornito da parte dei fondi che detengono i titoli subordinati”.

Riguardo all’incubo burden sharing, “le valutazioni dei titoli subordinati attualmente scontano l’ipotesi di un coinvolgimento nell’aumento di capitale con una conversione/svalutazione di circa il 40-45% dei titoli che rappresenta un ammontare di poco inferiore ai 900mn che la banca dovrebbe raccogliere dal mercato”.

C’è poi il problema dei tempi stretti, anzi strettissimi, visto che dopo novembre scadono le regole italiane che permettono ai dipendenti di andare in pensione a un’età inferiore rispetto a quella pensionabile fino a 7 anni. E che lo stesso Lovaglio aveva parlato di tempi brucianti per il lancio dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi.

“Più di un terzo dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi di Banca Mps serve per gli esodi volontari del personale”, aveva detto l’amministratore delegato, puntando sull’urgenza della ricapitalizzazione di Mps, dopo il via libera dell’assemblea straordinaria degli azionisti. Ma il problema è che i soldi non si trovano. E che il Tesoro maggiore azionista del Monte di Stato si trova di nuovo nei guai.