Smart working: solo il 15% dei dipendenti pubblici lavorerà da casa. La proposta di Brunetta

Smart working nella PA: la proposta di Brunetta fissa al 15% la quota di dipendenti pubblici che potranno lavorare da casa. Cosa cambia, i numeri e le regole.

Pubblicato 7 Settembre 2021 Aggiornato 18 Ottobre 2026 13:24

Lo smart working nella Pubblica Amministrazione torna al centro del dibattito: la proposta del ministro Renato Brunetta punta a ridurre drasticamente il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, fissando una soglia massima del 15% dei lavoratori ammessi allo smart working. Una svolta netta rispetto ai picchi raggiunti durante la pandemia, quando oltre la metà degli statali operava da casa.

Smart working nella PA: la proposta di Brunetta in sintesi

Il ministro Renato Brunetta ha annunciato l’intenzione di rimodulare profondamente l’accesso al lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, strumento adottato su larga scala durante l’emergenza Covid-19 per contenere i contagi. L’obiettivo dichiarato è il graduale rientro in presenza della quasi totalità del personale della Pubblica Amministrazione.

La proposta prevede che lo smart working nel settore pubblico venga consentito a una quota massima del 15% — percentuale che, in attesa di chiarimenti ufficiali, potrebbe riferirsi al numero di lavoratori oppure alla quota di tempo lavorativo svolto da remoto. Ipotizzando che si riferisca al numero di dipendenti, significa che il lavoro agile nel pubblico sarebbe accessibile a circa 500 mila persone su un totale di 3,2 milioni di statali.

I numeri dello smart working pubblico: dal picco pandemico alla nuova soglia

Il ricorso al lavoro da casa durante la pandemia e nel periodo post-emergenza ha interessato gran parte dei settori, in alcuni casi con percentuali ben oltre il 50%. Ecco i dati più significativi elaborati dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, sulla base delle rilevazioni della Ragioneria dello Stato e del Rapporto di monitoraggio Formez sull’attuazione del lavoro agile nelle PA:

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  • A marzo 2020 il 56,6% dei dipendenti pubblici era in smart working: 1,8 milioni su 3,2 milioni totali.
  • Nei ministeri, nelle agenzie fiscali, nelle università e nelle scuole, risultavano in smart working il 71,1% del personale delle PA centrali e il 69,4% degli insegnanti e accademici.
  • Con la proposta Brunetta, la quota scenderebbe al 15%, pari a circa 500 mila dipendenti.

Perché si torna in presenza: le ragioni della stretta

La scelta di limitare lo smart working nella PA risponde a più esigenze:

  • Qualità dei servizi al cittadino: la presenza fisica garantisce standard di erogazione più uniformi, soprattutto negli sportelli e negli uffici a contatto diretto con il pubblico.
  • Produttività e controllo: il lavoro agile emergenziale è stato adottato in modo improvvisato, senza adeguati strumenti di misurazione della performance.
  • Equità tra lavoratori: non tutte le mansioni sono compatibili con il remoto, e una quota troppo alta di smart working rischia di creare disparità interne.

Smart working pubblico: serve una regolamentazione strutturata

L’esperienza maturata nel periodo emergenziale non va dispersa, ma trasformata in un modello sostenibile. Come sottolinea Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro:

«L’esperienza maturata nel periodo emergenziale che ha improvvisamente obbligato un elevatissimo numero di lavoratori a operare da casa va utilizzata per migliorare lo strumento e renderlo una modalità di lavoro alternativa. Certamente è necessario un intervento normativo che meglio regolamenti i diversi diritti e i doveri di entrambe le parti del rapporto, come possono essere il diritto alla disconnessione, la reperibilità ovvero il controllo da remoto. Insomma, lo smart working va ben strutturato in modo da farlo diventare un’opportunità per il futuro che certo non può essere l’unico modo in cui viene svolta la prestazione lavorativa.»

Tra i nodi normativi ancora aperti che una nuova regolamentazione dovrebbe affrontare:

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  • Diritto alla disconnessione fuori dall’orario di lavoro
  • Reperibilità e fasce orarie di contattabilità
  • Controllo da remoto nel rispetto della privacy del lavoratore
  • Dotazioni tecnologiche e rimborso spese a carico del datore di lavoro pubblico
  • Misurazione della performance per obiettivi e non per ore lavorate

Cosa cambia concretamente per i dipendenti pubblici

Se la proposta del 15% venisse confermata e tradotta in norma, le conseguenze pratiche sarebbero significative:

  • La grande maggioranza dei dipendenti pubblici — circa 2,7 milioni di persone — dovrebbe tornare stabilmente in ufficio.
  • Lo smart working diventerebbe uno strumento selettivo, riservato a mansioni specifiche o a situazioni particolari (disabilità, caregiving, distanza dal luogo di lavoro).
  • Gli accordi individuali di lavoro agile dovrebbero essere rinegoziati sulla base dei nuovi limiti.

FAQ: Smart working nella PA, le domande più frequenti

Il 15% si riferisce ai lavoratori o alle ore lavorate?

Non è ancora stato chiarito ufficialmente. La quota potrebbe indicare la percentuale di dipendenti ammessi allo smart working oppure la percentuale di tempo lavorativo svolgibile da remoto. I chiarimenti normativi sono attesi.

Quanti dipendenti pubblici potrebbero lavorare da casa con la nuova soglia?

Ipotizzando che il 15% si riferisca al numero di lavoratori, si tratterebbe di circa 500 mila dipendenti su un totale di 3,2 milioni.

Lo smart working nella PA sarà abolito del tutto?

No. La proposta di Brunetta non prevede l’eliminazione del lavoro agile, ma una sua forte riduzione e una regolamentazione più strutturata rispetto al modello emergenziale adottato durante la pandemia.

Quali categorie potrebbero mantenere lo smart working?

Lavoratori con disabilità, caregivers, dipendenti con mansioni compatibili con il remoto e situazioni di distanza significativa dal luogo di lavoro potrebbero rientrare nelle quote ammesse, secondo le prime indicazioni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.