Dopo lo stop al lavoro, ora non arriva la NASpI: cosa succede per i dipendenti che sciolgono il contratto in anticipo

Dopo lo stop al lavoro, non arriva la NASpI: la Cassazione ha stabilito che la risoluzione consensuale con incentivo può non garantire l'indennità. Cosa succede, chi rischia e cosa fare se l'INPS nega il sussidio.

Pubblicato 11 Aprile 2026 Aggiornato 18 Ottobre 2026 06:18

Dopo lo stop al lavoro concordato con l’azienda, ora non arriva la NASpI: è questo lo scenario che stanno vivendo migliaia di dipendenti che hanno sciolto il contratto in anticipo accettando incentivi all’esodo. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole, e il risultato è tutt’altro che scontato.

In un contesto sempre più dinamico, le risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro sono diventate una prassi comune, soprattutto in aziende in fase di riorganizzazione come Stellantis. Questa pratica, che prevede un accordo tra datore di lavoro e dipendente per terminare anticipatamente il contratto, è spesso accompagnata da incentivi economici all’esodo. Tuttavia, un recente intervento della Corte di Cassazione ha sollevato serie preoccupazioni riguardo al diritto di ricevere la NASpI — l’indennità di disoccupazione — dopo aver accettato un esodo incentivato.

Cosa succede quando si scioglie il contratto in anticipo: il nodo della NASpI

Il problema è chiaro: il dipendente accetta di lasciare il lavoro prima della scadenza naturale del contratto, spesso su pressione aziendale e con un incentivo economico in tasca. Poi presenta domanda di NASpI all’INPS — e si sente dire no. Perché?

La risposta sta nel requisito fondamentale dell’indennità di disoccupazione: la perdita del lavoro deve essere involontaria. Se il lavoratore ha firmato un accordo per uscire, anche se spinto da ragioni aziendali e assistito dal sindacato, l’INPS può considerare quella scelta come volontaria — e negare il sussidio.

Questo è esattamente ciò che ha confermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 6988 del 2026: il diritto alla NASpI può essere negato anche quando gli accordi sindacali prevedono esplicitamente la possibilità di accedere alla disoccupazione. Quella clausola, ha stabilito la Corte, non è vincolante per l’INPS.

Chi rischia di perdere la NASpI dopo lo stop al lavoro

Non tutti i lavoratori che escono con un accordo si trovano nella stessa situazione. Ecco chi è più esposto:

  • Dipendenti che hanno firmato una risoluzione consensuale con incentivo economico, senza che il datore di lavoro abbia formalmente avviato una procedura di licenziamento.
  • Lavoratori più anziani o vicini alla pensione, per i quali la NASpI rappresenta spesso l’unico ponte di reddito tra l’uscita dall’azienda e il raggiungimento dei requisiti pensionistici.
  • Chi ha accettato l’esodo in aziende in ristrutturazione (come nel caso Stellantis), fidandosi del verbale sindacale che indicava l’accesso alla disoccupazione — salvo poi scoprire che quella garanzia non regge davanti all’INPS.
  • Lavoratori a fine carriera con difficoltà di ricollocazione, per i quali perdere la NASpI significa perdere una rete di sicurezza difficilmente sostituibile.

Fine del lavoro, chi rischia di perdere la NASpI – Finanza.com

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La sentenza della Cassazione: cosa cambia concretamente

Con l’ordinanza n. 6988, la Cassazione ha tracciato un confine netto: la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro — anche se motivata da riorganizzazioni aziendali, anche se assistita dal sindacato, anche se accompagnata da un incentivo economico — non equivale a una perdita involontaria del lavoro ai fini della NASpI.

In pratica, la Corte ha stabilito che:

  1. Il requisito dell’involontarietà è oggettivo: non basta che il lavoratore si sia sentito «costretto» ad accettare l’accordo.
  2. Le clausole nei verbali sindacali che prevedono l’accesso alla NASpI non vincolano l’INPS.
  3. L’INPS mantiene piena discrezionalità nel valutare caso per caso se la perdita del lavoro è involontaria.

Questo crea una disconnessione pericolosa tra la prassi consolidata nelle aziende e la giurisprudenza attuale: per anni, lavoratori e sindacati hanno operato dando per scontato l’accesso alla NASpI dopo un esodo incentivato. Oggi quella certezza non esiste più.

La risoluzione consensuale e il ruolo degli accordi sindacali

In molte aziende, gli accordi di esodo vengono formalizzati attraverso conciliazioni sindacali che stabiliscono le condizioni dell’uscita: l’incentivo economico, le motivazioni (riorganizzazione, crisi economica, esuberi) e, spesso, l’indicazione esplicita che il lavoratore potrà richiedere la NASpI.

Secondo la sentenza della Cassazione, tale indicazione non è vincolante per l’INPS, che può comunque negare il sussidio. Il verbale sindacale tutela le parti nel rapporto tra lavoratore e azienda, ma non modifica i criteri di legge per l’accesso all’indennità di disoccupazione.

Quando la NASpI spetta ancora: l’eccezione del licenziamento

Un’eccezione importante si verifica nel caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo: qui la perdita del lavoro è chiaramente involontaria, non dipende da un accordo tra le parti, e il diritto alla NASpI è pieno e non contestabile.

La differenza pratica è questa:

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  • Licenziamento (anche collettivo) → perdita involontaria → NASpI garantita.
  • Risoluzione consensuale con incentivo → perdita potenzialmente volontaria → NASpI a rischio.
  • Dimissioni volontarie senza giusta causa → perdita volontaria → NASpI non spetta (salvo eccezioni come dimissioni per giusta causa).

Cosa fare se la NASpI viene negata dopo uno scioglimento anticipato del contratto

Se l’INPS nega la NASpI a seguito di una risoluzione consensuale, il lavoratore non è privo di tutele. Ecco i passi da seguire:

  1. Verificare la motivazione del diniego: l’INPS deve comunicare per iscritto le ragioni del rifiuto.
  2. Presentare ricorso amministrativo all’INPS entro 90 giorni dalla notifica del provvedimento.
  3. Rivolgersi a un patronato o a un legale specializzato in diritto del lavoro per valutare se le circostanze concrete dell’accordo possano configurare una perdita involontaria.
  4. Raccogliere tutta la documentazione: verbale sindacale, comunicazioni aziendali, lettere di invito all’esodo — elementi che possono dimostrare che la scelta non era realmente libera.
  5. In caso di esito negativo del ricorso amministrativo, valutare il ricorso giudiziario davanti al Tribunale del Lavoro.

La sentenza della Cassazione crea una disconnessione tra la prassi consolidata e la legislazione attuale. Mentre nella maggior parte dei casi il lavoratore che accetta un esodo incentivato ha continuato a ricevere la NASpI, la giurisprudenza recente restringe tale accesso, generando incertezza per chi scioglie il contratto di lavoro consensualmente.

Questa situazione mette in evidenza una questione cruciale per la tutela economica dei lavoratori: rischia di privare molti di una rete di sicurezza che, a lungo, è stata un pilastro nel supporto alle persone in transizione verso un nuovo impiego.

FAQ: NASpI e scioglimento anticipato del contratto

Se ho firmato una risoluzione consensuale, ho diritto alla NASpI?

Non automaticamente. Dopo la sentenza della Cassazione n. 6988/2026, l’INPS può negare la NASpI se ritiene che la perdita del lavoro non sia involontaria. Ogni caso va valutato singolarmente, anche in base alle circostanze concrete dell’accordo.

Il verbale sindacale che prevede la NASpI mi tutela?

No, non in modo assoluto. La Cassazione ha chiarito che quella clausola non vincola l’INPS. Il verbale regola il rapporto tra lavoratore e azienda, ma non modifica i requisiti di legge per l’indennità di disoccupazione.

Cosa cambia rispetto al licenziamento?

Nel licenziamento — anche collettivo o per giustificato motivo oggettivo — la perdita del lavoro è involontaria per definizione, e la NASpI spetta senza discussioni. Nella risoluzione consensuale, invece, l’involontarietà deve essere dimostrata caso per caso.

Posso fare ricorso se l’INPS mi nega la NASpI?

Sì. È possibile presentare ricorso amministrativo entro 90 giorni e, in caso di esito negativo, ricorrere al Tribunale del Lavoro. È consigliabile farsi assistere da un patronato o da un avvocato specializzato.

I lavoratori vicini alla pensione sono più a rischio?

Sì, perché per loro la NASpI è spesso l’unico strumento di reddito tra l’uscita dall’azienda e il raggiungimento dei requisiti pensionistici. La perdita del sussidio rende l’esodo incentivato molto meno conveniente di quanto sembri al momento della firma.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.