Finanza Notizie Italia Bioeconomia: cos’è e perché potrebbe essere un importante motore per l’Italia. Un freno? La burocrazia

Bioeconomia: cos’è e perché potrebbe essere un importante motore per l’Italia. Un freno? La burocrazia

Non solo energia. La transizione verso un’economia più sostenibile passa e passerà sempre di più anche attraverso la cosiddetta bioeconomia, ovvero quel sistema che riesce a utilizzare tutte le risorse biologiche rinnovabili provenienti dalla terra e dal mare, inclusi gli scarti, per la produzione di beni e servizi. Comprende non solo settori tradizionali come l’agricoltura, la pesca, l’acquacoltura e la selvicoltura, ma anche settori economici più moderni come le biotecnologie e del bioenergie. Un comparto dal grande potenziale innovativo, che può rappresentare per l’Italia un motore importante di crescita futura e, più in generale, una risposta alle sfide globali attuali e che dovremo affrontare nei prossimi anni.

 

I numeri della bioeconomia
In Italia la bioeconomia vale già 317 miliardi di euro e impiega 2 milioni di persone, il 7,9% dell’occupazione totale nazionale, valore che sale al 10,7% nel solo Mezzogiorno (secondo i dati del settimo Rapporto sulla Bioeconomia redatto dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo), rivelandosi quindi un settore ad elevata intensità di sviluppo per l’occupazione.

La bioeconomia si è dimostrata resiliente anche durante la crisi pandemica: dopo aver chiuso il 2019 con un incremento dell’1,4% del valore della produzione, nel 2020 ha perso nel complesso il 6,5%, un calo nettamente inferiore rispetto a quanto segnato dall’intera economia nazionale (-8,8%). Il peso della bioeconomia sull’economia, in termini di produzione, è pertanto salito al 10,2% rispetto al 10% del 2019 e al 9,9% del 2018.

Numeri che mettono l’Italia al terzo posto in Europa alle spalle di Germania, paese in cui la bioeconomia vale 414 miliardi, e Francia (359 miliardi), e dimostrano come il sistema-paese è ben agganciato al treno di testa e proprio per questo non può e non deve permettere di perdere terreno.

Gli ostacoli da superare? In primis la burocrazia
La bioeconomia però non è di per sé garanzia di successo. Occorre superare alcuni ostacoli, in primis quelli burocratici, che frenano gli investimenti, e dall’altro accelerare sullo sviluppo dei progetti. Con una contaminazione tra startup e grandi aziende e un forte legame con i territori.

Partiamo dalla burocrazia. In Italia, racconta Riccardo Porro, Chief Operation Officer di Cariplo Factory, c’è una storia emblematica che spiega bene questa problematica: “una joint venture, nel settore dei prodotti per la cura della persona, tra un’azienda italiana e un grande gruppo internazionale, aveva l’obiettivo di recuperare pannolini e assorbenti usati per rimettere la cellulosa nel ciclo produttivo. Un’operazione virtuosa e lungimirante che, a fronte di investimenti importanti, ha poi dovuto aspettare anni tutte le autorizzazioni necessarie per avviare l’industrializzazione”. Un iter che inevitabilmente spaventa e allontana gli investitori.

E arriviamo allora agli investimenti. Gli investitori possono guardare con grande interesse a quei settori in cui l’Italia ha l’occasione di eccellere. Colmare il gap che ci separa da Cina e Stati Uniti sul fronte del software o dell’intelligenza artificiale è una sfida da brividi, nel campo della bioeconomia, invece, si può fare la differenza, diventando un catalizzatore di innovazione e investimenti.

Terranext, la scommessa per il futuro
“Bisogna supportare le realtà italiane più innovative, creare interconnessioni con le eccellenze scientifiche del territorio e con aziende leader di settore, diffondere la cultura dell’open innovation e contribuire a dare un forte impulso all’innovazione e all’economia del nostro Paese”, continua Porro.

Una spinta in questa direzione arriva da Terranext, il nuovo acceleratore dedicato alla bioeconomia, che nasce su iniziativa di CDP Venture Capital insieme a Intesa Sanpaolo Innovation Center e Cariplo Factory. Una iniziativa unica nel suo genere, in Italia ma anche in Europa.

“Non esistono altrove acceleratori di bioeconomia che abbiano l’obiettivo di creare filiere di valore aggregando imprese di diverso tipo, per portarle a confrontarsi con il mondo delle startup – spiega Porro – Un programma di open innovation al quale le startup contribuiranno con la loro agilità e la loro capacità di rompere gli schemi, mentre le grandi corporate metteranno sul piatto competenze, organizzazione e sviluppo”. Con la consapevolezza che sia indispensabile portare il paradigma dell’open innovation anche nel campo della bioeconomia, perché nessuno è in grado di affrontare da solo la complessità dei temi e delle frontiere che portano cambiamenti di simili portata.

Serve, quindi, la contaminazione tra imprese, grandi e piccole, che hanno diverse competenze, esperienza del mercato, risorse umane tecniche e tecnologiche, forza organizzativa, necessità di crescere e sperimentare nuovi modelli di creazione del valore, e serve un acceleratore del cambiamento.

Il cibo come punto di partenza, ma poi…
L’Italia potrebbe partire dal cibo per innescare un circolo virtuoso, anche perché già oggi la filiera agro-alimentare rappresenta oltre il 60% del valore della bioeconomia.

Sempre secondo il rapporto di Intesa Sanpaolo, in tutta Italia la filiera agro-alimentare riveste un ruolo di primo piano nella bioeconomia, con un peso che varia da circa il 50% nelle regioni del Centro, a quasi l’80% nelle regioni meridionali. Secondo la FAO, ogni anno, si perde o si spreca il 30% di tutti gli alimenti prodotti sul pianeta. Sprechi che si traducono nella dispersione di acqua potabile e di energia, oltre a un incremento costante della deforestazione. E, sempre secondo la FAO, il 6% delle emissioni di gas serra globali sono legate allo scarto alimentare. La situazione è molto simile per quanto riguarda il grande tema degli imballaggi.

Ma il cibo è solo un primo punto di partenza, perché sono molte le imprese e le startup attive nella ricerca e sviluppo di nuove soluzioni sostenibili. La mappatura mette in luce un sistema dinamico e complesso, con più di 830 soggetti, 84 Università e Centri di Ricerca (pubblici e privati) e circa 730 imprese (delle quali, oltre 500 startup), a cui si affiancano altre istituzioni ed associazioni con ruolo di supporto e promozione. Numeri che indicano chiaramente che una delle strade per lasciare un segno, per fare la differenza, attraverso l’innovazione, passa per la bioeconomia. L’Italia ha una grande opportunità che va sostenuta. Adesso e senza indugi.