Multe pezzotto, si punta al blocco delle VPN per arginare la pirateria

Multe pezzotto e blocco delle VPN: come l'Italia punta a fermare la pirateria digitale. Il modello francese, il Piracy Shield e le lacune del sistema attuale.

Pubblicato 23 Maggio 2025 Aggiornato 18 Ottobre 2026 11:11

Le multe per il pezzotto sono sempre più al centro del dibattito sulla pirateria digitale in Italia. Ma la vera svolta potrebbe arrivare dal blocco delle VPN: lo strumento che milioni di utenti usano per aggirare i filtri anti-pirateria e continuare a guardare contenuti sportivi illegali. Tra normative in evoluzione, sentenze europee e sistemi tecnici ancora imperfetti, la lotta alla pirateria si gioca su un terreno complesso — e le soluzioni non sono mai semplici come sembrano.

Multe pezzotto e blocco delle VPN: il punto della situazione

In Italia, il sistema Piracy Shield ha rappresentato il primo tentativo strutturato di bloccare in tempo reale i flussi illegali, soprattutto durante le partite di calcio. Pur segnando alcuni successi, il meccanismo si è rivelato non privo di falle: l’errato blocco di piattaforme legittime come Google Drive ha sollevato critiche significative, dimostrando quanto sia difficile bilanciare controllo e tutela dei diritti digitali.

Il nodo centrale, oggi, è che le VPN (Virtual Private Network) permettono agli utenti di eludere qualsiasi blocco imposto dagli operatori internet. Finché i provider VPN non saranno coinvolti attivamente nella catena di contrasto, le multe al singolo utente rischiano di restare uno strumento parziale.

VPN e pirateria: la situazione in Italia e Francia

In questo quadro spicca il ruolo di Sp Tech, la startup legata alla Lega Serie A che gestisce il sistema anti-pirateria italiano. Con un fatturato di soli 415.000 euro e un team di appena cinque dipendenti, l’azienda appare sottodimensionata per far fronte a situazioni di emergenza. I suoi legami con lo Studio Previti, fondato dall’ex ministro Cesare Previti, sollevano inoltre interrogativi sulla trasparenza e sull’efficacia della governance.

Guardando oltre confine, la Francia si distingue per un approccio deciso e innovativo. Una recente sentenza del Tribunale di Parigi ha obbligato i fornitori di VPN — tra cui NordVPN, CyberGhost e SurfShark — a collaborare attivamente per bloccare i siti che trasmettono contenuti sportivi illegali. Questo intervento si basa sul Code du Sport, che prevede tempi di reazione rapidi per l’eliminazione dei contenuti non autorizzati.

Il commissario Agcom Massimiliano Capitanio ha sottolineato come questo approccio sia in linea con il Digital Service Act europeo, aprendo la strada a un’armonizzazione normativa su scala continentale. In altre parole: il modello francese potrebbe diventare il riferimento anche per l’Italia.

Perché il blocco delle VPN è la vera frontiera anti-pirateria

Le VPN sono oggi lo strumento più usato per aggirare il Piracy Shield e accedere al cosiddetto pezzotto — i servizi IPTV illegali che trasmettono Serie A, Champions League e altri eventi sportivi a prezzi stracciati. Ecco perché il blocco delle VPN è diventato centrale nel dibattito:

  • Un utente bloccato da Piracy Shield può riconnettersi in pochi secondi tramite VPN, vanificando l’intervento.
  • I provider VPN operano spesso fuori dalla giurisdizione italiana, rendendo difficile qualsiasi azione legale diretta.
  • La sentenza francese dimostra che è possibile coinvolgere i provider VPN attraverso ordini giudiziari, anche in assenza di una normativa specifica.
  • L’estensione di questo modello all’Italia richiederebbe un aggiornamento normativo o un intervento dell’Agcom con poteri rafforzati.

Le multe al pezzotto: uno strumento utile ma non sufficiente

Le sanzioni per chi usa il pezzotto esistono già nell’ordinamento italiano. Chi accede consapevolmente a contenuti protetti da copyright attraverso servizi IPTV illegali rischia multe fino a 5.000 euro. Tuttavia, l’applicazione concreta di queste sanzioni ai singoli utenti è stata finora limitata: le autorità si sono concentrate principalmente sui gestori delle piattaforme illegali, non sugli abbonati.

Un aspetto cruciale del fenomeno è la sua radice economica. In Italia, la frammentazione delle trasmissioni tra diversi broadcaster e i costi elevati degli abbonamenti spingono molti utenti verso soluzioni illegali. Questo scenario pone una domanda fondamentale: come rendere accessibili i contenuti sportivi senza compromettere la sostenibilità economica del settore?

La risposta non può essere solo repressiva. Serve una maggiore cooperazione tra politica, aziende tecnologiche e fornitori di contenuti, puntando anche su offerte più competitive e accessibili per ridurre l’attrattiva del mercato illegale.

Le lacune del sistema italiano

Una delle critiche principali al sistema attuale riguarda l’assenza di meccanismi di ricorso adeguati, come evidenziato dalla Computer & Communications Industry Association. Questa lacuna alimenta un dibattito acceso sulla necessità di migliorare le garanzie per gli utenti, senza sacrificare l’efficacia delle misure repressive. In particolare:

  • Non esiste una procedura chiara per chi viene bloccato per errore (come nel caso Google Drive).
  • I tempi di reazione del sistema sono ancora troppo lenti rispetto alla velocità con cui i pirati spostano i flussi.
  • Il coinvolgimento dei provider VPN non è ancora previsto dalla normativa italiana vigente.

Verso un’armonizzazione europea: il modello francese come guida

La strada da percorrere è ancora lunga, ma l’obiettivo è chiaro: trovare un equilibrio tra repressione e libertà digitale, garantendo al contempo l’accesso a contenuti di qualità a prezzi equi. L’armonizzazione delle normative a livello europeo — nel solco del Digital Service Act — rappresenta un passo cruciale in questa direzione.

L’esperienza francese potrebbe fungere da guida per un’evoluzione normativa anche in Italia, portando a un sistema più equo e trasparente. Il blocco delle VPN non è una soluzione magica, ma rappresenta il tassello mancante per rendere davvero efficace la lotta alla pirateria sportiva: senza di esso, le multe al pezzotto rischiano di restare un deterrente sulla carta.

FAQ: Multe pezzotto e blocco VPN

Quanto si rischia con il pezzotto in Italia?

Chi accede consapevolmente a contenuti protetti tramite IPTV illegale rischia sanzioni amministrative fino a 5.000 euro. In caso di coinvolgimento nella distribuzione, le pene possono essere penali.

Le VPN proteggono davvero chi usa il pezzotto?

Le VPN permettono di aggirare i blocchi imposti dal Piracy Shield, ma non garantiscono l’anonimato assoluto. Autorità e provider possono collaborare per identificare gli utenti, come già avviene in altri paesi europei.

Il blocco delle VPN è già in vigore in Italia?

No. Al momento, il blocco delle VPN non è previsto dalla normativa italiana. È però al centro del dibattito politico e regolatorio, anche alla luce della sentenza francese che ha coinvolto NordVPN e altri provider.

Cosa fa il Piracy Shield?

Il Piracy Shield è il sistema italiano gestito da Agcom che consente il blocco in tempo reale degli indirizzi IP e dei domini associati a trasmissioni illegali, soprattutto durante eventi sportivi live.

Perché le multe al pezzotto non bastano?

Perché agiscono sul singolo utente finale, mentre il problema è strutturale: finché le VPN permettono di aggirare i blocchi e i costi degli abbonamenti legali restano elevati, la domanda di contenuti illegali continuerà a esistere.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.