In pensione a 62 anni: allo studio nuovi requisiti dal 2026

In pensione a 62 anni: allo studio nuovi requisiti dal 2026 con il contributivo puro. Scopri età, contributi richiesti, chi rischia di più e quando potrebbe entrare in vigore la riforma.

Pubblicato 26 Maggio 2025 Aggiornato 18 Ottobre 2026 11:06

Si torna a parlare di una riforma pensionistica che potrebbe segnare una svolta significativa per il sistema previdenziale italiano. L’ipotesi sul tavolo del governo Meloni prevede l’introduzione di un nuovo modello di pensionamento anticipato, permettendo ai lavoratori di andare in pensione a 62 anni: ben cinque anni prima rispetto all’attuale età pensionabile fissata a 67 anni. Ecco cosa è allo studio, quali requisiti sarebbero richiesti e cosa cambia rispetto alle regole attuali.

In pensione a 62 anni: cosa prevede la proposta allo studio dal 2026

L’ipotesi di riforma, ancora in fase di studio per una possibile introduzione dal 2026, punta a introdurre una flessibilità in uscita dal mercato del lavoro che oggi manca nel sistema previdenziale italiano. Il meccanismo centrale è semplice: chi raggiunge i 62 anni di età potrebbe scegliere di smettere di lavorare, a patto di accettare che il proprio assegno pensionistico venga calcolato interamente con il metodo contributivo puro.

Questo significa che la pensione sarebbe basata esclusivamente sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa, senza integrazioni o minimi garantiti dallo Stato. Nessun «bonus» aggiuntivo, nessun correttivo: solo quanto realmente accumulato.

I nuovi requisiti allo studio: età, contributi e calcolo dell’assegno

Sebbene i dettagli tecnici siano ancora in discussione, le linee guida della proposta delineano un quadro abbastanza preciso. Di seguito i punti chiave dei requisiti allo studio:

  • Età minima: 62 anni, contro i 67 anni attualmente richiesti per la pensione di vecchiaia.
  • Anzianità contributiva: un numero minimo di anni di contributi versati (la soglia esatta è ancora oggetto di confronto tra governo e parti sociali, ma si parla di almeno 20 anni).
  • Calcolo dell’assegno: interamente con il metodo contributivo puro, senza integrazioni al minimo da parte dello Stato.
  • Nessun cumulo con redditi da lavoro: come per le altre forme di pensione anticipata, è probabile che vengano previste limitazioni al cumulo tra pensione e redditi da attività lavorativa.

Il Ministero dell’Economia guarda con favore a questa soluzione perché, scaricando il rischio sul singolo lavoratore anziché sulla fiscalità generale, contribuisce a migliorare la sostenibilità del sistema previdenziale e a ridurre il peso sul debito pubblico.

Contributivo puro: cosa cambia rispetto al passato

Questo approccio rappresenta un cambiamento radicale rispetto al passato, in cui lo Stato garantiva integrazioni o minimi pensionistici. Con il contributivo puro, ogni lavoratore riceverebbe un assegno proporzionale a quanto realmente accumulato, senza ulteriori interventi statali.

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Tale sistema, pur alleggerendo il peso delle pensioni anticipate sul bilancio pubblico, solleva dubbi e preoccupazioni per le categorie più vulnerabili. Chi ha avuto carriere lavorative discontinue o stipendi bassi rischia di ritrovarsi con pensioni inferiori alla soglia di povertà: un tema che sta già generando un acceso dibattito tra sindacati e associazioni di categoria.

Chi rischia di più con la pensione a 62 anni in contributivo puro

Non tutti i lavoratori trarrebbero lo stesso vantaggio dalla possibilità di andare in pensione a 62 anni. I soggetti più esposti a un assegno inadeguato sono:

  • Lavoratori con carriere discontinue (contratti a termine, periodi di disoccupazione, lavoro part-time involontario).
  • Lavoratori con redditi bassi, che hanno versato contributi ridotti per tutta la vita lavorativa.
  • Donne, che statisticamente presentano carriere più frammentate e retribuzioni medie inferiori rispetto agli uomini.
  • Lavoratori autonomi e partite IVA, spesso con aliquote contributive più basse nei primi anni di attività.

Per queste categorie, uscire a 62 anni potrebbe tradursi in un assegno mensile molto lontano dall’ultimo stipendio percepito, con un tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e ultimo reddito) potenzialmente molto basso.

Le sfide del sistema pensionistico italiano

L’introduzione della pensione anticipata a 62 anni, seppur con i limiti del modello contributivo puro, potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno per molti lavoratori che desiderano lasciare il mondo del lavoro prima del tempo. Tuttavia, le conseguenze sociali ed economiche di questa scelta non possono essere sottovalutate.

In un contesto in cui la popolazione italiana continua a invecchiare e il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi si fa sempre più sbilanciato, una riforma di tale portata deve essere accompagnata da misure compensative per tutelare le fasce più deboli. Il governo, dunque, è chiamato a trovare un equilibrio delicato tra le aspettative dei lavoratori e la sostenibilità economica del sistema.

Un altro punto cruciale della proposta riguarda la necessità di garantire regole stabili e chiare. Negli ultimi anni, il continuo susseguirsi di modifiche normative ha generato confusione tra i cittadini, alimentando incertezza e sfiducia verso il sistema previdenziale. Solo un approccio strategico e un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate potrà portare a una riforma davvero equa e sostenibile.

Pensione a 62 anni vs misure attuali: un confronto rapido

Per capire meglio cosa cambierebbe, è utile confrontare la proposta con le principali misure di pensionamento anticipato oggi in vigore:

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  • Pensione di vecchiaia ordinaria: 67 anni di età + 20 anni di contributi.
  • Pensione anticipata ordinaria: 42 anni e 10 mesi di contributi (uomini) o 41 anni e 10 mesi (donne), indipendentemente dall’età.
  • Quota 103: 62 anni di età + 41 anni di contributi, con assegno calcolato in contributivo e tetto massimo.
  • Opzione Donna: 61 anni di età + 35 anni di contributi, solo per alcune categorie, con ricalcolo contributivo.
  • Proposta allo studio (dal 2026): 62 anni di età + requisito contributivo minimo (in definizione), calcolo interamente in contributivo puro, senza integrazioni al minimo.

La differenza sostanziale rispetto a Quota 103 sarebbe l’abbassamento del requisito contributivo richiesto, rendendo la misura potenzialmente accessibile a una platea più ampia di lavoratori.

Quando potrebbe entrare in vigore la riforma

I tempi restano incerti. La proposta è ancora in fase di studio e dovrà passare attraverso il confronto con le parti sociali, l’approvazione in Consiglio dei Ministri e l’iter parlamentare. L’obiettivo dichiarato è quello di inserire le nuove regole nella Legge di Bilancio, con un’entrata in vigore prevista nel corso del 2026. Tuttavia, come insegna la storia recente delle riforme previdenziali italiane, i tempi potrebbero allungarsi o i contenuti della proposta potrebbero cambiare significativamente prima dell’approvazione definitiva.

FAQ: pensione a 62 anni, le domande più frequenti

Dal 2026 si potrà davvero andare in pensione a 62 anni?

È una delle ipotesi allo studio del governo, ma non è ancora legge. La proposta dovrà essere approvata con la Legge di Bilancio e potrebbe subire modifiche prima dell’entrata in vigore.

Quanti anni di contributi servono per la pensione a 62 anni?

Il requisito contributivo minimo non è ancora stato definito ufficialmente. Le ipotesi circolate parlano di almeno 20 anni di contributi versati, ma il numero definitivo sarà stabilito nel testo normativo.

La pensione a 62 anni conviene?

Dipende dalla storia contributiva del singolo lavoratore. Chi ha versato contributi in modo continuativo su redditi adeguati potrebbe ottenere un assegno dignitoso. Chi ha avuto carriere discontinue o redditi bassi rischia invece una pensione molto ridotta, senza alcuna integrazione statale.

Il calcolo contributivo puro penalizza tutti?

Non necessariamente. I lavoratori con carriere lunghe e retribuzioni elevate possono avere un montante contributivo sufficiente a garantire un assegno adeguato. Il rischio maggiore riguarda chi ha avuto periodi di inattività, lavoro part-time o redditi bassi.

Cosa succede a chi non vuole andare in pensione a 62 anni?

Nulla cambia: la misura sarebbe facoltativa. Chi preferisce continuare a lavorare potrà farlo, accumulando ulteriori contributi e maturando un assegno più alto al momento del pensionamento.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.