2024 da incubo in Italia: 1 persona su 4 a rischio povertà

Nel 2024 in Italia 1 persona su 4 era a rischio povertà: un dato da incubo che supera la media UE. Scopri cause, categorie più colpite e cosa è cambiato oggi.

Pubblicato 5 Maggio 2025 Aggiornato 18 Ottobre 2026 11:52

Il 2026 in Italia si apre ancora con i conti in sospeso di un 2024 da incubo: secondo i dati Eurostat, 1 persona su 4 era a rischio povertà o grave deprivazione materiale e sociale. Una percentuale che supera la media europea del 21% e che, a distanza di due anni, continua a orientare le politiche sociali del Paese. Capire cosa è successo — e cosa sta cambiando — è essenziale per chiunque voglia leggere la situazione economica italiana con occhi lucidi.

Il dato che ha scosso l’Italia: 1 su 4 a rischio povertà nel 2024

Nel 2024 circa il 25% della popolazione italiana si trovava in una condizione di rischio povertà o esclusione sociale (indicatore AROPE). Il confronto con la media UE al 21% collocava l’Italia tra i Paesi più fragili dell’Unione, in compagnia di Romania, Bulgaria e Grecia. Un risultato che ha reso quell’anno un punto di riferimento — negativo — nel dibattito sulla coesione sociale europea.

Le donne si sono rivelate particolarmente vulnerabili, con un rischio del 21,9% rispetto al 20% degli uomini. Questa disparità di genere, che si riflette anche a livello continentale, sottolinea la necessità di affrontare con determinazione le disuguaglianze strutturali che continuano a penalizzare il genere femminile, sia in termini di accesso al lavoro che di risorse economiche.

Le cause principali: disoccupazione, genere e composizione familiare

Un aspetto cruciale riguarda la mancanza di occupazione, identificata come il principale motore dell’esclusione sociale. I dati rivelano un abisso tra chi ha un lavoro e chi ne è privo:

  • Lavoratori occupati: rischio di povertà al 10,9%
  • Disoccupati: rischio di povertà al 66,6%

Questo evidenzia come l’accesso a un impiego stabile e dignitoso sia un pilastro fondamentale nella lotta contro l’indigenza. Non si tratta solo di reddito: un lavoro regolare garantisce accesso a tutele previdenziali, sanitarie e sociali che per i disoccupati diventano spesso irraggiungibili.

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Rischio povertà: in pericolo le famiglie con figli

Non meno significativa è l’influenza della composizione familiare. Le famiglie con figli a carico affrontano un rischio di povertà del 21,9%, dimostrando come la genitorialità possa rappresentare un ulteriore fattore di fragilità economica. Questi numeri mettono in luce la necessità di politiche che supportino le famiglie, offrendo strumenti concreti per conciliare vita lavorativa e responsabilità genitoriali.

Il confronto europeo: dove si colloca l’Italia

Il panorama europeo presenta forti disparità tra i diversi Stati membri. Alcuni Paesi, grazie a politiche sociali più efficaci, riescono a mantenere il rischio di povertà su livelli inferiori rispetto all’Italia. I Paesi con le performance migliori nel 2024 erano:

  • Repubblica Ceca e Slovenia: sotto il 13%
  • Finlandia e Paesi Bassi: intorno al 15%
  • Germania: circa il 18%

L’Italia, con il suo 25%, si trovava dunque in una posizione critica, a conferma che il problema non è congiunturale ma strutturale.

Cosa è cambiato dal 2024 a oggi

A partire dal 2025 e nel corso del 2026, il governo italiano ha introdotto o rafforzato alcune misure per contenere il rischio di esclusione sociale:

  • Assegno di inclusione (ADI): strumento che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, con requisiti più stringenti ma un focus maggiore sull’accompagnamento al lavoro.
  • Bonus famiglie e assegno unico: potenziati per le famiglie con tre o più figli.
  • Politiche attive del lavoro: ampliamento dei fondi per la formazione e il reimpiego dei disoccupati di lunga durata.

Tuttavia, gli esperti avvertono che i risultati strutturali richiedono tempo e che il rischio di povertà in Italia rimarrà sopra la media UE ancora per diversi anni senza interventi più incisivi.

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Perché il 2024 resta un anno da non dimenticare

È imperativo che le istituzioni adottino misure di protezione sociale più robuste, focalizzandosi in particolare sulle disuguaglianze di genere e sulla creazione di opportunità lavorative. Solo attraverso interventi strutturali e una visione condivisa sarà possibile ridurre significativamente il rischio di esclusione sociale e costruire un futuro più equo e inclusivo per tutti i cittadini europei.

Questi dati non rappresentano solo una fotografia della realtà di quel periodo, ma un vero e proprio campanello d’allarme che risuona ancora oggi. L’impegno deve essere collettivo, coinvolgendo non solo i governi, ma anche le organizzazioni non governative, il settore privato e la società civile. Solo così sarà possibile trasformare le sfide in opportunità, garantendo dignità e sicurezza economica a milioni di persone.

FAQ: rischio povertà in Italia, le domande più frequenti

Cosa significa essere “a rischio povertà” secondo Eurostat?

Una persona è considerata a rischio povertà quando il suo reddito disponibile equivalente è inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Non significa necessariamente trovarsi in povertà assoluta, ma indica una condizione di fragilità economica significativa.

Qual è la differenza tra rischio povertà e povertà assoluta?

La povertà assoluta misura l’incapacità di acquistare un paniere minimo di beni e servizi essenziali (definito dall’Istat). Il rischio povertà è invece un indicatore relativo, basato sul confronto con il reddito mediano del Paese. Entrambi i fenomeni erano in crescita nel 2024.

Chi è più a rischio povertà in Italia?

Le categorie più vulnerabili sono: i disoccupati (rischio al 66,6%), le donne (21,9%), le famiglie con figli a carico (21,9%) e i giovani under 35 con contratti precari o part-time involontario.

L’Italia sta migliorando rispetto al 2024?

I segnali sono contrastanti. Alcune misure introdotte tra il 2025 e il 2026 puntano a ridurre l’esclusione sociale, ma i dati strutturali — come il divario Nord-Sud e la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro — rendono il percorso di miglioramento lento e non lineare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.