Finanza Notizie Italia Smartworking: 1 lavoratore su 5 pronto a minore retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto

Smartworking: 1 lavoratore su 5 pronto a minore retribuzione pur di continuare a lavorare da remoto

Lo smartworking, ovvero la possibilità di lavorare da remoto, viene promosso e in futuro potrebbe aprire nuove prospettive per le città e i territori. Infatti, oltre 1/3 degli occupati si sposterebbe in un piccolo centro, mentre 4 persone su 10 si trasferirebbero in un luogo isolato a contatto con la natura. Inoltre, pur di lavorare da remoto 1 lavoratore su 5 accetterebbe una eventuale penalizzazione nella retribuzione, a dimostrazione che un ipotetico miglioramento nella qualità della vita presenta un valore superiore a quello economico.

E’ ciò che emerge dallo studio “Il lavoro da remoto: le modalità attuative, gli strumenti e il punto di vista dei lavoratori”, realizzato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche (INAPP) attraverso l’indagine Plus con un campione di oltre 45mila interviste (dai 18 ai 74 anni) nel periodo marzo-luglio 2021.

Nel complesso, la valutazione dei lavoratori per lo smartworking è positiva, nonostante alcune criticità emerse su certi aspetti, come ad esempio il problema della disconnessione e dei costi delle utenze domestiche. Esiste quindi una base solida e valida per passare dal semplice lavoro da remoto emergenziale, legato cioè alla pandemia, a nuovi modelli di organizzazione del lavoro.

 

Anche dopo l’emergenza il 32% ha continuato a lavorare da remoto
Durante la fase acuta della pandemia quasi 9 milioni di lavoratori hanno lavorato da remoto, trend che è continuato nel 2021 con un lavoro ibrido tra presenza e distanza: quasi il 50% era impegnato in modalità agile da 3 a 5 giorni a settimana e solo l’11,6% per un solo giorno. Mentre il 32,5% degli occupati ha continuato a lavorare da remoto.
Gran parte dello smartworking si è realizzato su base fiduciaria: solo per il 16,5% è stato frutto di un accordo collettivo e per il 14,3% di un accordo individuale; per quasi il 37% dei lavoratori da remoto non c’è stata, invece, alcuna formalizzazione.

 

Alcune aziende hanno fornito anche attrezzature ergonomiche e contributi
Molteplici sono state le modalità organizzative introdotte per agevolare e sostenere lo smartworking. Sia nel pubblico (71,5%) che nel privato (64,4%) sono state attivate soprattutto piattaforme digitali per lo svolgimento delle riunioni a distanza; il 62,1% delle aziende private e il 41,9% della PA ha fornito dispositivi informatici ai lavoratori e alle lavoratrici. L’attivazione di protocolli di sicurezza informatica ha interessato oltre il 56% dei datori di lavoro. Inoltre, nel settore privato sono state messe in campo varie azioni volte, non solo a consentire lo svolgimento del lavoro agile nell’immediato, ma anche ad armonizzare le condizioni attuali con le prospettive future, investendo in formazione (46,8%), fornendo attrezzature ergonomiche (25,7%) ed erogando un contributo (22,2%) ai dipendenti.

 

Tra i pro e contro, lo smartworking viene promosso
Il lavoro agile, seppur realizzato in contesti organizzativi non preparati e con infrastrutture tecnologiche spesso inadeguate, è stata un’esperienza positiva. Il 55% dei lavoratori esprime infatti un giudizio positivo sull’esperienza complessiva.
Tuttavia, su alcune specifiche questioni le valutazioni sembrano evidenziare criticità: quasi il 64% ritiene che il lavoro da remoto generi isolamento e circa il 60% che non aiuti nei rapporti con i colleghi; in più, per oltre il 60% risulta problematico l’aumento dei costi delle utenze domestiche.
Al contrario, è decisamente positiva la valutazione sulla libertà di organizzare il lavoro e gestire gli impegni familiari. Oggi la metà delle professioni qualificate può erogare oltre il 50% della prestazione da remoto a fronte di un decimo delle professioni non qualificate. Questa segmentazione è frutto anche di una cultura organizzativa che deve essere aggiornata alla luce dell’esperienza del lavoro agile.