Il sottile confine tra politica monetaria ed economia pianificata: i casi BoJ e Bce

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Gloria Valdonio

9 maggio 2016 - 13:54

MILANO (Finanza.com)

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L’inevitabile conseguenza dell’estensione del QQE giapponese è che Bank of Japan è ormai tra i dieci principali investitori in più del 90% delle componenti del Nikkei 225. Che cosa implichi veramente questa situazione, è l’interessante domanda che si è posto Teis Knuthsen, Cio di Saxo Private Bank. "Se possiamo immaginare una Banca centrale nei panni di un investitore attivo, il confine con un’economia pianificata è ormai sottile”, è la sua risposta. Secondo Knuthsen, quindi, per non superare la linea rossa, la BoJ dovrà mantenere le caratteristiche di un investitore passivo, anche se, con il suo intervento, ha aumentato in modo permanente l’offerta di moneta attraverso l’incremento artificiale della domanda di titoli azionari, amplificato dall’aumento dei prezzi stessi. ”Come minimo si può concludere che il mercato azionario giapponese sia ormai parte dei mercati finanziari globali, dove i prezzi sono soggetti all’intervento di attori non esclusivamente guidati dalla massimizzazione dei profitti”, dice il cio di Saxo.

Il caso Bce

Analogamente in Europa la BCE ha deciso di estendere il QE alle obbligazioni corporate con rating investment grade, acquistando direttamente sul mercato primario, senza tuttavia generare un significativo calo dei tassi di interesse. La scorsa settimana, per esempio, Unilever ha emesso obbligazioni a quattro anni con cedola dello 0% e un rendimento a scadenza dello 0,06%. Ma, si chiede il mercato, ha senso prestare denaro a una società senza un compenso per il conseguente rischio di credito, né per il costo-opportunità dei consumi rimandati in futuro? ”Potrebbe funzionare nell’ipotesi che la BCE continui a tagliare i tassi, e quindi a sostenere i prezzi, ma non come investimento di lungo termine”, è la risposta di Knuthsen. Che aggiunge: "Sapendo che la BCE in Europa, come la BoJ in Giappone, sarà un acquirente passivo interessato alla quantità piuttosto che al prezzo, non è difficile immaginare lo spostamento verso l’Europa di un certo numero di emittenti internazionali: basti pensare quanto allettante possa essere, per esempio per le compagnie energetiche americane, la possibilità di creare branch europee ad alto rating, per trarre vantaggio da tassi così bassi”. 

Il boomerang del QE

Ma quando le Banche centrali stampano denaro per finanziare l'acquisto di attività finanziarie, espandono innanzitutto la base monetaria, e in un secondo momento, attraverso il sistema bancario, l'offerta di moneta. ”Se la base monetaria aumenta permanentemente, il valore del denaro dovrebbe scendere proporzionalmente, come il prezzo di un’azione in caso di una nuova emissione – dice il cio di Saxo – Quindi, anche quando una Banca centrale acquista azioni o obbligazioni, il prezzo aumenta, ma il valore del denaro si riduce se l’aumento della base monetaria diventa permanente”. In altre parole, il meccanismo erode potere d’acquisto. E il QE diventa un trabocchetto: funziona durante una fase di crisi finanziaria, ma non è un rimedio per stimolare il tasso di crescita potenziale di un’economia.

Denaro digitale

Inoltre, questa espansione della base monetaria è attualmente accompagnata a tassi di interesse negativi, che in sostanza sono una sorta di tassa che si paga per detenere denaro liquido, incentivando a spendere di più e a risparmiare di meno. Secondo Knuthsen però paradossalmente i tassi di interesse negativi potrebbero produrre l’effetto opposto di aumentare il risparmio e ridurre i consumi. "Per evitare questa tassa, si può essere tentati di aumentare i livelli di cassa, incentivando lo Stato a introdurre denaro digitale, cui tuttavia segue la possibilità di una totale trasparenza delle transazioni finanziarie dei cittadini”, spiega Knuthsen. Che conclude: "E, come nel caso degli acquisti della BoJ, dovrebbe preoccupare uno spostamento verso una forma di economia pianificata”.

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