Inflazione al 5% non turba azioni e bond, ecco chi compra Treasury e perchè

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Redazione Finanza

11 giugno 2021 - 17:37

MILANO (Finanza.com)

Il tanto atteso dato sull’inflazione americana ha calamitato ieri le attenzioni degli investitori. Ancora di più alla luce del nuovo balzo oltre le attese e al nuovo massimo dal 2008. Boom anche per la componente core, schizzata al record in quasi 30 anni.

A sorpresa però il rendimento del Treasury decennale Usa non ha battuto ciglio, anzi è sceso allungando sotto l'1,5%. E Wall Street ieri ha toccato nuovi massimi storici. 

Nei sei mesi cha vanno dall’inizio di aprile alla fine di settembre del 2020, il rendimento del decennale americano ha oscillato tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento. Trilioni di dollari di titoli decennali sono stati quindi comprati per sei mesi sapendo che si sarebbe ottenuto, dal 2020 al 2030, un flusso cedolare complessivo compreso tra il 5 e il 6 per cento, più qualche briciola per gli interessi composti e meno le tasse.

"È bastato un anno di inflazione (+5% a/a nel mese di maggio) per vedersi portare via dieci anni di cedole. Ora ne restano altri nove", rimarca afferma Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos.

Con l’inflazione a zero per nove anni si andrà in pari, ma con l’inflazione sopra il 2% (che la Fed dichiara di volere nella prossima fase storica e che la Bce si prepara ad annunciare come obiettivo non appena sarà terminata la sua revisione strategica) gli sfortunati compratori di Treasuries del 2020 si troveranno nel 2030 con una perdita di potere d’acquisto, come minimo, del 18 per cento. E questo sul risk free per antonomasia.

Ecco ci compra Treasury 'a prescindere'

Chi compra allora governativi all’1,5% con l’inflazione al 5% lo fa però per precise ragioni. Il più grande compratore è la Fed, che continua a divorare 120 miliardi al mese di titoli e lo fa per motivi di policy. Ci sono poi le banche centrali del resto del mondo, che si vedono arrivare ogni mese una quantità crescente di dollari per effetto del disavanzo delle partite correnti americane tornato ai livelli record degli anni 2000. Fugnoli cita anche le assicurazioni vita di tutto il mondo, dal Giappone in giù, che sono obbligate dai loro regolatori a comprare grandi quantità di titoli risk free (cosiddetti). Senza contare le banche (più in Europa che in America), che parcheggiano in governativi una parte della liquidità ottenuta a tassi di favore dalle banche centrali.

Ancora più sensato è il comportamento delle Borse. "Tassi immobili e inflazione crescente – afferma Fugnoli -  sono positivi per l’azionario, perché significano tassi reali sempre più profondamente negativi e quindi multipli più alti. Secondo l’esperto di Kairos, questa situazione potrà durare come minimo qualche mese e come massimo qualche anno. “Per qualche mese saremo infatti ancora nella logica dell’emergenza, da trascinare il più possibile a ridosso delle elezioni americane di mid term dell’anno prossimo e, in Europa, delle elezioni francesi di marzo” afferma Fugnoli secondo cui “se l’inflazione transitoria si protrarrà, come è probabile, nel secondo semestre 2021 si troverà comunque conforto nella altrettanto probabile decelerazione”.

Una volta visto il 5% di inflazione, infatti, il 4 e il 3 appariranno molto belli e più che degni di essere festeggiati dai mercati. E quando l’inflazione transitoria lascerà il campo all’inflazione strutturale (all’inizio dell’anno prossimo, quando l’output gap comincerà a essere colmato in un numero crescente di paesi), quest’ultima partirà in sordina e ci apparirà per qualche tempo, forse fino a metà decennio, piuttosto mite.

Inflazione crescente: cosa fare?

In conclusione, afferma Fugnoli, appare sempre più chiaro che la prima parte del decennio sarà quella più favorevole, sia per l’economia sia per chi investe, e che a un certo punto gli effetti collaterali delle nuove politiche si faranno sentire attraverso una crescente volatilità del ciclo economico e dei mercati. Se le cose staranno in questi termini, un’importante presenza azionaria nei portafogli potrà più che compensare, ancora per qualche tempo non necessariamente breve, quell’erosione di potere d’acquisto che la componente obbligazionaria governativa potrà solo subire.

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