Elezioni nel Regno Unito, La perfetta tempistica dei Conservatori nel dopo Brexit

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Gloria Valdonio

7 giugno 2017 - 16:42

MILANO (Finanza.com)

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Le elezioni generali nel Regno Unito - fissate per l’8 giugno - cadono proprio nel momento migliore per i Conservatori, con la Brexit che non ha ancora dispiegato i suoi effetti. Anticipando le elezioni di tre anni (erano previste nel 2020), il premier Theresa May ha infatti preso due piccioni con una fava: ottenere il sostegno dei Democratici necessario per le negoziazioni con l’Unione europea e, allo stesso tempo, avere cinque anni di tempo (fino al 2022) per gestire la tempesta economica che molti analisti considerano inevitabile conseguenza della decisione di abbandonare l’Europa. “Nel momento in cui la May ha indetto le elezioni, i sondaggi la davano nettamente vincente. Ma gli scenari, in politica, possono cambiare molto velocemente”, è il commento di Christopher Dembik, Head of Macro Analysis di Saxo Bank. Per ora, l’ampia maggioranza degli istituti di ricerca dà i Tories in netto vantaggio, i quali, se necessario, potrebbero siglare un accordo di coalizione con i Liberali Democratici, come è accaduto dopo le elezioni del 2010, a condizione che questi ultimi accettino le posizioni sui migranti (i Liberali Democratici sono favorevoli a un’immigrazione composta da lavoratori qualificati, mentre l’obiettivo dei Conservatori è ridurre i flussi netti di immigrazione fino a 10mila persone in meno ogni anno). In sintesi: la corsa elettorale sarà anche più serrata del previsto, ma è ampiamente prevedibile che i Conservatori rimarranno al potere. E i principali partiti avranno la responsabilità di gestire la transizione verso l'uscita dal Trattato Ue.
 
Adesso comincia la parte più difficile
 
L’effetto immediato e più evidente della Brexit è la svalutazione della sterlina. Come evidenzia Dembick, considerando una parità di potere d’acquisto, la valuta inglese è sottovalutata di circa il 15 % nei confronti del dollaro americano. “Nel corso degli ultimi novant’anni la svalutazione è stata uno strumento fondamentale nell’economia inglese, ma non è mai stato in grado di risolvere problemi sul lungo periodo”, è il commento di Dembick. Il motivo? “La svalutazione non è la soluzione, dal momento che l’elasticità del prezzo della domanda dell’export è bassa. Di conseguenza, una flessione dell’1% dei prezzi relativi delle merci genera - secondo l’Office for National Statistics - un incremento di appena 0,41 punti percentuali nell’export dopo nove trimestri. In Francia la stessa flessione genera un incremento dell’export intorno allo 0,8%”, risponde lo strategist.  Inoltre, sempre secondo Dembick, la svalutazione porta a un incremento dell’inflazione dell’import. “Fino all’inizio dell’anno – dice lo strategist - l’incremento dell’inflazione (con un indice dei prezzi al consumo salito a quota 2,6% rispetto allo 0,3% prima del referendum) è stato ampiamente compensato da una crescita delle retribuzioni, ma, secondo i sondaggi svolti presso gli imprenditori, è difficile che questo meccanismo possa resistere nei prossimi mesi”. E, date le incertezze di crescita in relazione alle negoziazioni tra Londra e Bruxelles, un periodo di moderazione salariale sta per cominciare. 
 
Previsioni sui consumi
 
Nel corso degli ultimi trimestri, i consumi delle famiglie inglesi sono stati il principale fattore positivo per la crescita del PIL. Nel primo e nel terzo trimestre 2016 ciò è risultato particolarmente evidente nella limitazione degli effetti negativi provocati dal segno meno sugli investimenti fissi lordi. “In ogni caso un tasso di inflazione più elevato coniugato con la moderazione salariale provocherà una caduta del potere d’acquisto e, di conseguenza, dei consumi”, afferma lo strategist. Che conclude: “L’economia inglese, che ha registrato la crescita più debole (anche peggiore di quella italiana) tra i G7 nel primo trimestre 2017, subirà un ulteriore rallentamento per il resto dell’anno”.

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