Licenziamenti: con il Jobs act non aumentano i rischi per i lavoratori

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Alessandra Caparello

14 gennaio 2020 - 17:00

MILANO (Finanza.com)

Il Jobs Act, la riforma del lavoro introdotta dal governo Renzi, ha modificato la disciplina dei contratti di lavoro in Italia introducendo il contratto a tutele crescenti, in vigore dal 7 marzo 2015. Criticato fin dalla sua origine, perché a detta dei detrattori le tutele crescenti significano licenziamento agevole, a spezzare una lancia in favore della riforma del lavoro targata Renzi è uno studio dei Consulenti del lavoro.

Jobs Act-licenziamenti: lo studio dei Consulenti del lavoro

Secondo i dati raccolti nello studio intitolato “I contratti a tempo indeterminato prima e dopo il Jobs act”, elaborato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro utilizzando i microdati CICO (Campione Integrato Comunicazioni Obbligatorie), il contratto “a tutele crescenti” non presenta maggiore rischio di licenziamento rispetto a quello soggetto al regime dell’art. 18, tant’è che, a 39 mesi dall’assunzione, risulta licenziato il 21,3% dei dipendenti assunti nel 2015 con il nuovo regime a fronte del 22,6% dei neoassunti con contratto tradizionale nel 2014. Inoltre, secondo il rapporto, il contratto a tutele crescenti “sopravvive” di più rispetto a quello tradizionale: sempre a 39 mesi dall’assunzione, il 39,3% dei contratti stipulati nel 2015 continuano ad essere attivi contro il 33,4% di quelli sottoscritti in regime di articolo 18.

Licenziamento per motivi economici la causa principale di recesso

Lo studio mette in luce anche quali sono le motivazioni che spingono i datori di lavoro a licenziare. Quelli per motivo economico restano la principale causa di recesso (a 39 mesi dall’assunzione risulta licenziato per tale motivo il 18,5% dei neoassunti con contratto a tutele crescenti contro il 20,6% degli assunti con contratto a tempo indeterminato tradizionale) mentre il licenziamento disciplinare continua a interessare una quota marginale di neoassunti con le tutele crescenti (2,8% contro 2,1%). In sostanza, afferma lo studio, l’’equazione tutele crescenti - licenziamento agevole appare infondata.

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