Investimenti esteri: Italia al penultimo posto in Ue, peggio solo la Grecia

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Valeria Panigada

2 dicembre 2019 - 09:41

MILANO (Finanza.com)

Tasse elevate, burocrazia asfissiante, poca certezza del diritto, giustizia civile lenta e poco efficiente, tempi di pagamento della Pubblica Amministrazione tra i più elevati d’Europa e deficit infrastrutturale spaventoso. Le diverse problematiche dell'Italia hanno nel tempo innalzato una barriera d’ingresso che dirotta altrove gli interessi degli investitori esteri. Non c’è quindi da meravigliarsi se l’Italia si colloca al penultimo posto nell’Unione Europea per gli Investimenti Diretti Esteri. Secondo i dati raccolti dalla CGIA di Mestre, nel 2018 questi ultimi ammontavano al 20,5% del Pil, pari a 361,1 miliardi di euro. Tra i paesi dell’Unione Europea monitorati dall’Ocse, solo la Grecia registra un risultato peggiore.


“Premesso che, ad esempio, ArcelorMittal, Embraco, Whirlpool e molte altre multinazionali non sono certo delle onlus, ma delle realtà fortemente determinate a perseguire i propri interessi spesso in barba agli accordi preventivamente sottoscritti con le parti sociali, è altrettanto evidente che le responsabilità di un loro possibile addio vanno ricercate anche in un clima generale di avversione nei confronti delle aziende presenti nel nostro Paese", ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, secondo cui in Italia si avverte una cultura del sospetto verso gli imprenditori che condiziona negativamente la crescita e lo sviluppo.

 

Secondo gli ultimi dati Istat disponibili (anno 2017), le multinazionali, ovvero le imprese a controllo estero residenti in Italia, sfiorano le 15.000 unità, danno lavoro a poco più di 1.350.000 addetti e producono 572,3 miliardi di euro di fatturato all’anno. Sebbene siano sempre più diffuse nel settore dei servizi e meno nel comparto industriale, le multinazionali estere sono comunque una componente importante dell'economia italiana, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto, sottolinea la CGIA di Mestre: in termini di lavoro queste realtà occupano direttamente il 6% circa di tutti gli addetti presenti in Italia e concorrono a produrre poco più del 17% del fatturato nazionale.

 

Il caso Ikea: incertezza e burocrazia bloccano le aperture ad Arese e Verona
"Premesso che, soprattutto nel Veneto, non si sentiva certo l’esigenza di aprire un nuovo megastore, il caso Ikea, scoppiato in queste ore, è comunque emblematico nell’evidenziare l’avversione culturale che esiste nel Paese nei confronti di chi fa impresa", ricorda la CGIA. La multinazionale svedese ha deciso di rinunciare all’apertura di due nuovi punti vendita da 35-40 mila metri quadri ad Arese e Verona. Pare, stando alle indiscrezioni apparse sulla stampa specializzata, che le motivazioni di questo abbandono, soprattutto per il progetto scaligero, siano riconducibili ai ritardi e ai rinvii accumulati in questi ultimi mesi per l’individuazione dell’area, a seguito dell’elevato numero di adempimenti burocratici e amministrativi.

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