Pensioni: qual è l'impatto degli immigrati sul sistema di previdenza italiano?

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Valeria Panigada

8 maggio 2018 - 10:55

MILANO (Finanza.com)

L’Italia ha davvero bisogno degli immigrati per garantire la sostenibilità del proprio sistema di protezione sociale? A distanza di qualche mese da alcune dichiarazioni che sostenevano la tesi della necessità di immigrati per garantire il sistema pensionistico, tra cui quella del presidente Inps Tito Boeri, è arrivato il quinto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano che aiuta a fare ulteriormente chiarezza sul tema.

Partiamo dai numeri. Secondo la ricerca, negli ultimi dieci anni, i lavoratori attivi extracomunitari sono aumentati del 25% (dati disponibili fino al 2015). Il loro reddito medio è stato pari a 12.068,60 euro annui il che implica, per via delle deduzioni e detrazioni, che abbiano pagato poco o nulla di Irpef e circa 6.5 miliardi di contributi sociali, di cui 1,8 miliardi a carico dei lavoratori e il resto a carico delle aziende. Per contro, nel medesimo periodo, i pensionati sono quasi triplicati passando da 28.293 a 81.619 mentre i percettori di prestazioni a sostegno del reddito (disoccupati in generale) sono aumentati di quasi 5 volte a 113.458. Nello stesso arco temporale, i lavoratori attivi neocomunitari sono aumentati del 23%, con un reddito medio di 10.220 euro e con contributi pagati per poco meno di 3 miliardi, di cui circa 800 milioni a carico dei lavoratori stessi e il resto pagato dalle aziende. Anche in questo caso il gettito Irpef è stato quasi nullo.
Un ulteriore dato interessante si ricava dal XV Rapporto annuale dell’Inps che, nel periodo compreso tra il 1960 e il 2016, ha stimato in meno 140 miliardi di euro (181 se rivalutati sulla base dell’inflazione) le entrate contributive versate da lavoratori provenienti da Paesi stranieri, a fronte di una spesa pensionistica di 108 miliardi (190 milioni l’anno di rendite erogate a 20.000 persone di origine straniera).

Ulteriore problema di fondo, sottolineato da Itinerari Previdenziali, è l’incapacità italiana di investire sulle competenze acquisite nei Paesi d’origine: gli immigrati che vengono in Italia sono per la maggior parte di bassa istruzione e bassa qualificazione professionale e spesso occupati come manovalanza a basso prezzo, quando non addirittura in nero, con l’effetto ancor più negativo di abbassare gli standard retributivi e lavorativi per tutti i lavoratori, compresi quelli i italiani che, notoriamente, hanno i livelli di reddito tra i più bassi della UE a 15. Il tutto, senza sottovalutare, che proprio l’evasione fiscale e contributiva è, insieme a una spesa per assistenza che cresce a ritmi insostenibili, una delle vere minacce alla futura sostenibilità del sistema di welfare italiano.

Le rilevazioni del centro studi Itinerari Previdenziali sembrano quindi evidenziare come l’immigrazione non costituisca una soluzione ai problemi che affliggono il Paese, né sotto il profilo della natalità né sotto il profilo occupazionale. Una tesi, questa, peraltro supportata anche da un recente studio sul contributo della demografia alla crescita economica italiana realizzato dalla Banca d’Italia che, con spartiacque fissato al 2041, evidenzia come l’apporto delle immigrazioni in termini di potenziale di crescita economica, derivante dal rapporto tra popolazione in età lavorativa e non lavorativa, risulterà negativo nei prossimi decenni.

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